Dettagli personali di un viaggio che comincia

Il viaggio è cominciato, con un viaggio. Partenza e arrivo, rispettivamente a Peja/Pec (Ko) e Prijedor (BiH). Questi nostri sono stati viaggi brevi, per raggiungere una meta; “casa” per i prossimi dieci mesi. Ognuno di noi quattro lo ha vissuto a modo suo, e a modo suo lo racconta. Chi un dettaglio, chi sensazioni, chi aspettative e pregiudizi. Non ci sembrava nè giusto nè possibile dare un’unica voce narrante a quattro pensieri molto personali. A voi.

Maddalena, a Peja/Pec – Arrivare in Kosovo da Verona, arrivare a Peja-Pec dall’Italia. Arrivarci ed essere convinta di avere una valigia piena solo di qualche vestito, qualche libro, tante informazioni, ma nessuno stereotipo. Scendere dall’aereo e non accorgersi di essere piena di presunzione, presunzione di sapere dove sei, perché in fondo quel Paese una volta l’hai già incontrato, perché quella storia l’hai anche studiata, perché quella gente in qualche modo pensi di averla già interpretata nel modo corretto, perché…perché…

Scendere dall’aereo e forte di quegli stereotipi che rendono la tua valigia così pesante prendere un taxi con un amico del posto da poco conosciuto. Apprezzare ancora una volta quelle sane chiacchierate che solo nei paesi come questi si fanno ancora tra cliente e taxista tra una sigaretta e una risata fatta con gusto. Arrivare a Peja-Pec. Lasciarsi aprire la casa da quell’ amico da poco incontrato che ti accende anche il fuoco nella stufa e ti scalda l’atmosfera. Farsi accompagnare da lui a mangiare qebaba e discutere di lingua locale, di vita locale, con totale libertà.

Scendere dall’aereo e non fare caso che quel taxi preso, l’hai preso con quel nuovo compagno, che si chiama Jovan,e che è serbo. Che quelle parole, sigarette e risate scambiate tra lui e il taxista albanese che ti hanno accompagnata in modo allegro, erano fatte in serbo, e che non avevano nulla dell’ostilità su cui eri pronta a scommettere. Che quelle chiacchierate fatte davanti ad un piatto di qebaba parlavano di lingua serba, in un locale pieno di kosovari albanesi, senza che questo ti abbia portata ad incrociare un solo sguardo infastidito, tra i tanti presenti.

Scendere dall’aereo. Arrivare in Kosovo. E capire che per iniziare davvero quest’esperienza, la prima cosa da fare, è svuotare la valigia.

Silvia, a Prijedor – L’appuntamento è alle 13. Si caricano a fatica le valigie sul furgone, ultimi saluti, si accelera e via. Respiro una sensazione strana nell’abitacolo. Non si tratta solo della mia usuale paura per quello che lascio a casa e per quello che incontrerò: percepisco frenesia nei miei compagni di viaggio balcanici, “voglia di casa”. Questo non impedisce di allungare il tragitto, gustandosi fugacemente le ultime bellezze trentine: lo scatto di qualche foto facendo capolino dal finestrino. E via.

La strada è lunga, ma lo sembra di meno al passaggio del confine. Da qui altri 400 Km. Risate fragorose, sfogo probabilmente di una settimana faticosa, e “Erase & Rewind” animano l’atmosfera. Dal canto mio, scruto quei visi, sento le parole di quella lingua che mi pare così poco accessibile e per questo così affascinante.

La bandiera a strisce slovena accanto a quella con le stelle europee ci preannuncia che l’attraversamento del primo confine sarà  fluido e senza intoppi. È calato il sole da tempo quando arriviamo al confine croato. L’attesa in quella “terra di nessuno” è lunga, gli sguardi della polizia di frontiera ci squadrano da capo a piede e nell’aria la “voglia di casa” si fa sempre più palpabile. A Dubica il passaggio è più veloce. Ancora alcune decine di minuti e Prijedor. È notte a Prijedor.

Elena, a Peja/Pec – Per chi nei Balcani non c’è mai stato vi arriva tra i pareri discordanti di chi già li ha visti e li ama e di chi non ci vorrebbe mai andare perché “c’è la guerra”.  Io, dopo 180 ore di formazione ad hoc, avevo l’inconscia convinzione di andare incontro ai conflitti, per me inaccessibili, della delicata realtà del Kossovo.

Al  momento della partenza, a distogliere l’attenzione da qualsiasi titubanza ci hanno pensato, prima, le hostess che non ci volevano far partire confondendo i diritti riconosciuti ai cittadini europei con quelli più macchinosi riservati agli extraeuropei e, subito dopo, la voce infastidita della poliziotta del controllo passeggeri che, per una piccola incomprensione, mi ha chiesto se ero italiana. “Spogliata” per ben 2 volte in poco tempo della mia italianità, all’arrivo nella cosiddetta “patria della guerra” mi sono sentita più accolta di come ero partita: il poliziotto del controllo passaporti era talmente contento che mi trovassi lì per la prima volta “a visitare il suo Paese” che non ha quasi fatto caso alla mia richiesta, forse un po’ impudente, di non avere il timbro kossovaro sul passaporto.

Non posso dire che l’impatto con la piccola cittadina che ci stava aspettando, Peja/Pec, non mi abbia riportato all’idea che spesso si ha di questi luoghi: la povertà e la sporcizia in un primo momento hanno distolto la mia attenzione dal primo vero impatto vissuto nel tragitto Pristina-Peja/Pec. Un impatto che aveva in sé le immagini di case in costruzione quale riflesso di un Paese che cresce e che crea, di  persone di ogni età lungo il ciglio della strada di un Paese che ama la compagnia e colmo di curiosità verso ciò che gli accade intorno. Dopo l’iniziale spaesamento mi sono finalmente ricordata la verità dei Balcani raccontata da chi li vive: in Kossovo molte cose non funzionano, ma è comunque tutto ok!

Francesco, a Prijedor – Una persona di trent’anni scarsi nata nell’Europa più o meno unita ha ricordi molto rarefatti delle frontiere intra-continente. I miei per lo meno lo sono. Per me la frontiera è stata per lungo tempo il Brennero, un confine attraversabile con una carta d’identità e senza grandi controlli. Poi la Croazia in estate: code più lunghe e afose ma concetto simile. E Spagna, Belgio, Olanda e Francia, barriere fisiche perfettamente penetrabili, monumentali portoni d’entrata senza più portieri.

Pochi giorni fa andare dall’Italia alla Bosnia, attraverso Slovenia e Croazia insieme a tre persone di nazionalità bosniaca e un’italiana su un furgone carico di valigie e materiale da consegnare a varie organizzazioni di Prijedor, è stata tutt’altra cosa. Code, passaporti, sguardi indagatori, difficoltà per dei semplici bottoni, un’attesa di un’ora abbondante per un fax liberatorio fra Slovenia e Croazia. Ormai notte, la direzione è la piccola frontiera di Dubica. Quando ormai è lontano ciò che lasci e ad un passo c’è casa tua – sconosciuta, tutta da scoprire – affrontare gli stessi sguardi diffidenti fa passare in secondo piano quella sbarra abbassata che ti mantiene “di qua, lontano”. La sensazione di essere sotto esame, quella sensazione di quando sai che sei pronto, che non hai nulla da temere ma che se solo il professore di turno vuole, allora ti incastra, come è gia successo. E saranno sudore e lunghe attese venirne fuori.

Cosi non è stato. Si alza la sbarra e la strada davanti a noi si stringe, si fa sempre più tortuosa, un imbuto con sbocco a Prijedor. Notte fonda, nebbia rada, odore quasi dimenticato di fumo di camini per la strada. Cataste di legna da spaccare e da ardere di fronte ad ogni casa. Ci prepariamo per l’inverno. Le frontiere ci sono; per il momento alle spalle. Davanti un nuovo mondo da scoprire.

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14 Responses to Dettagli personali di un viaggio che comincia

  1. Marco Abram says:

    In bocca al lupo ragazzi!!

    Marco

  2. Simone Malavolti says:

    OTTIMO INIZIO, direi. Soprattutto vorrei complimentarmi per la scelta del nome….molto balcanico…Che ne dicono i nostri amici di lì?

    A parte gli scherzi, mi fa piacere che abbiate passato le prime frontiere e barriere con un bello spirito, credo che ne passerete molte altre nei prossimi mesi e che l’esperienza “ottomana” lascerà un bel segno nel vostro bagaglio di vita.

    Un grande saluto da Firenze

    Simone

  3. Emiliano says:

    Auguri ragazzi… !! Leggervi mi ha riportato non senza commozione al mio primo arrivo nei balcani (a parte il mare jugo-estivo da ragazzino) il “lontano” 12 ottobre 1998, a Tirana. Da allora ad oggi è stata una lunga storia d’amore…. vi auguro di cedere allo stesso innamoramento.

    Ciao

    Emiliano

  4. Gabriella says:

    Anche dal Primiero un augurio di buon “viaggio”, vi seguiremo e con la nostra “presenza” vi incoraggeremo nell’attraversamento delle “frontiere”, consci che quelle culturali sono sempre le più ostiche da superare.

  5. Francesco says:

    Nel leggere i vostri pensieri una persona cerca di fotografarsi in testa le immagini che fantasiosamente tenta di mettere insieme dalle sole vostre parole! Quello che ne viene fuori non può essere altro che una copia stropicciata del bellissimo quadro che invece voi state componendo nel vostro bagaglio di vita.

    Ciao a tutti e buona fortuna!

    Francesco

  6. Marco Oberosler says:

    Grazie per avermi ricordato alcune sensazioni particolari…l’odore acre dei camini di Prijedor! Buona esperienza a tutte le 8mani!
    Sretan put,

    Marco

  7. jasminar says:

    Ragazzi, va bene tutto ma il NOME….sapendo le voce che circolano sui Turchi che al posto dell’entrata nell’UE gli si offre la Serbia ed i Balcani, il vostro mi sembra quasi un presaggio…orrore!
    per il resto, è sempre interessante vedere le impressioni degli altri sul tuo paese, sulla tua reggione…particolarmente se sono giovani…
    Buona fortuna quindi!
    Jasmina

    • A8mani says:

      Cara Jasmina, sapevamo che il titolo BalcaniA8Mani era un azzardo, che poteva suscitare qualche perplessità. Ciononostante ci è sembrato giusto mantenerlo perché comprende più significati: siamo quattro volontari (quindi dotati di otto mani) ed è un riferimento storico leggibile in due modi. Il più intuitivo mette in risalto la parola “ottomani”, il meno si legge come a-ottomani, non-ottomani. Nessun giudizio di valore politico quindi, solo un gioco di parole un po’ provocatorio, con più di una soluzione, che a noi sembrava e continua a sembrare azzeccato.

      • jasminar says:

        Incredibile! ma voi crediate di avere a che fare con dei ritardatari se spiegate le ovvietà? Il gioco di parole, a mio avviso, è stato inoportuno e offensivo. Ma se a voi vi sta bene…
        Al di là del nome, vedremo come saranno i contenuti.

  8. A8mani says:

    Commenti cosi partecipati ci lusingano e ci incoraggiano. Faremo del nostro meglio per non deludervi con i prossimi post, a partire da martedi prossimo.

  9. Mago says:

    V’immagino. Grazie di questo ponte.

  10. libellula delle nevi says:

    felice di leggre le vostre prime impressioni. anche se vecchietta fisicamente sarei già con la valigia in mano! Che gola che mi fate, non sprecate neanche un momento di questo periodo. 4 abbracci e 8 baci per voi

  11. ale says:

    mi lasciate un indirizzo mail? sono a pristina, ma la prossima volta che passo per peja/pec si puo organizzare un caffe!

  12. Samantha says:

    Emiliano Bertoldi ha dato sulla lista dell’Associazione Un Ponte per… notizia del vostro blog. Buon viaggio ragazzi, sinceramente.
    In particolare dei Balcani, fanno parte della Serbia (e del Kosovo) e di Peć, anche queste letture, fatte di anni di presenza di lavoro e di volontariato sul posto:
    http://www.unponteper.it/bottega/description.php?II=315&UID=20101028162249
    http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2010/03/slobo-vive-la-sinistra-italiana-rantola.html

    Ciao
    Samantha

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