Salvate Donne e Bambini

 

Rake tacke revolution

Le donne kosovare

Kosovo. Guerra. Profughi. Mine. Povertà. Società disorientata. Pericolo.

Queste sono solitamente le associazioni di idee che, a mò di brain storming, campeggiano nella mente dei più, quando sentono la parola Kosovo, quei più che in Kosovo non ci sono mai stati, e che affetti da sindrome umanitaria arriverebbero quì urlando “salvate prima di tutto le donne e i bambini!”…

Salvate prima di tutto le donne…”

Bene. Se volete parlare delle donne kosovare, dimenticatevi fotografie di guerra. Di profughi. Di mine. Di disorientamento. Di pericolo. Tenete forse in borsa il richiamo alla povertà, ma vestitela di eleganza, di profonda dignità, e di cura dei particolari.

Che la società kosovara non navighi esattamente in acque dorate è risaputo, e sarebbe stupido negarlo. Ma se siete una donna europea, o meglio, una donna dell’Europa riconosciuta come tale, e non di quell’Europa a cui è negato il diritto di appartenere a sé stessa, e vi ritenete carine al punto da potervi permettere scarpe da tennis, jeans e un trucco che si fatica a notare, venite in Kosovo, e di colpo vi sentirete bruttine, e con un forte bisogno di restyling.

Camminare per le strade di Prishtina o di Peja-Pec sta diventando per me e la mia autostima un duro colpo.

Le donne kosovare. La colpa è tutta loro.

Camminano per le vie di queste città dall’alto dei loro tacchi vertiginosi, e non importa se piove o c’è il sole, le loro scarpe sono sempre impeccabili, mentre le mie sono rovinate e anche un po’ infangate. I loro piedini si muovo graziosi e leggeri, e la camminata è sinuosa ed elegante, mentre guardando la mia, di camminata, non può che risultare evidente di come non abbia mai dato ascolto ai buoni consigli della nonna:”spalle aperte e petto in fuori”.

Le donne kosovare. È tutta colpa loro. Dei loro visi dai lineamenti a volte duri, ma sempre impeccabili. Del loro essere madri e mogli eleganti. Osservo con somma ammirazione queste madri di Peja/Pec che camminano tra i vicoli talvolta più, talvolta meno, infangati e terrosi. Le guardo mentre tengono due figli per mano spingendo anche un passeggino, in una continua sfida contro ogni legge matematica e fisica che invece si applicherebbe perfettamente a me, se fossi al loro posto. Confusionaria e disarticolata. Di certo non elegante nei movimenti nel tentativo di tenere buoni tre pargoli in un sol colpo, dal basso delle mie scarpe all’inglese, della mia forma imperfetta, e del mio make up, che più che impercettibile appare invisibile.

Mi guardo indietro di due mesi e mi rivedo, docente di italiano per stranieri migranti, guardare quelle stesse donne da poco giunte dal Kosovo tra i banchi delle scuole di alfabetizzazione a Brescia, e non posso che ridere della mia presunzione e stupidità per aver pensato, in quei momenti di incontro con loro, che quell’ outfit così curato fosse dato dall’ importanza che quelle donne davano alle mie lezioni…Mi guardo oggi, e guardo loro, e capisco che la lezione, a questo punto, me la devono fare loro…

Salvate i bambini!”

Se vi trovaste come me, in una città del Kosovo, oggi, credo che prendereste questa affermazione allarmistica e protezionistica, e –con un po’ di ironia- sareste d’accordo con me se vi chiedessi di capovolgerla, affinchè la richiesta di soccorso suoni più o meno così: ”Salvateci DAI bambini!”. Non sono impazzita, non sono una giovane affetta da sindrome anti-maternità, ho sempre amato i più piccoli, e sempre li difenderò. Ma…lasciatevelo dire, qui in Kosovo, in questo autunno del 2010, è in corso una vera e propria rivoluzione: i bambini hanno trovato il modo di far sentire la loro voce, in ogni istante della giornata, in ogni angolo di strada, in ogni parco o giardino, in ogni dove.

È la rivoluzione del Rrake-Taqke, un semplice marchingegno formato da due fili uniti per un capo, agli estremi opposti dei quali ci sono due biglie grosse come mandarini che, sbattendo l’una contro l’altra fanno un suono che fa esattamente “Rrake-Taqke”. Lo scopo è far sbattere le biglie il più veloce possibile. L’abilità dei migliori sta nella capacità di farlo camminando, correndo, saltando su una gamba, facendo una capriola. È una questione seria qui, quella del Rrake-Taqke, e seri sono i bambini che partecipano alla rivoluzione: non bisogna mostrare affaticamento o troppa concentrazione mentre ci si applica in quest’arte. La rivoluzione la guidano quelli che gli adulti li fregano, quelli che degli adulti se ne fregano, perché la legge, in questo momento, la dettano loro. È incredibile guardare il telegiornale locale e rendersi conto di come ogni intervista fatta per strada ha un suono riconoscibile, famigliare, che fa Rrake-Taqke…non importano più le parole dell’intervistato di turno, fosse anche il da poco dimesso Presidente Sejdiu a parlare….tutto quello che ti rimane è quel suono. Che ti ricorda dei bambini. Che ti ricorda che i bambini, in Kosovo, hanno trovato il modo di farsi sentire. E che il nostro compito, a questo punto, è capire cosa hanno da dirci.

Il suono del Kosovo, oggi, non è quello della guerra, non è quello dei profughi, non è quello delle mine.

Il suono del Kosovo, in questo autunno, cammina sui tacchi e tiene in mano un Rrake – Taqke.

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9 Responses to Salvate Donne e Bambini

  1. Laura says:

    Fantastico…mi sembre quasi di sentirlo quel suono (potresti registrarlo e postarlo da qualche perte eh??!!) e sinceramente non fatico ad immaginare le donne che descrivi dopo averti sentita ieri sera..grazie Madda!;)

  2. Chiaradele says:

    Delicato spirito di osservazione e sensibilità femminile che non conosce confini.

  3. Giuseppe says:

    Rak e Tak… da piccolo ci giocavo anch’io e chiamavo così anch’io un affare simile a quello dei bimbi kosovari che, del resto, vivono a un lembo di mare dal posto in cui vivevo da bambino.
    Maddalena, ho avuto i brividi leggendo il pezzo. Hai un italiano molto efficace, elegante, prosperoso. Mi piace un sacco!
    Grazie per il pezzo!

  4. tiziano says:

    M.M. ti segnalo che negli anni settanta ci giocava tutta l’Italia al Rak e Tak, anche la nonna Franca !! Sempre all’avanguardia. Comunque … ottimo pezzo.. se avessi qualche anno (lustro) in meno mi arrulerei volontario. Speriamo che le splendide signore contino sempre di più nella società kossovara!
    buona serata
    ti

  5. Michele says:

    Ciao madda,
    pezzo bellissimo, come giuseppe ho avuto i brividi. mi sono anche immaginato le belle donne kossovare e parlando del rak e tak: non solo i bambini ci giocano, io e gio ci abbiamo perso settimane intere meno di un mese fa: con scarsi risultati.
    sono superfiero di te. e sicuramente non sono l’unico

  6. Maria Teresa says:

    …grazie perché ci permetti di camminare con te per le strade del Kosovo e di avere lo stesso desiderio di restyling (!!) oltre che di giocare al Rrake-Taqke!
    Un abbraccio e buon lavoro,
    Mary

  7. Mangu says:

    Cavolo, ci devi insegnare a usare il Rrake-Taqke… Occhio però, deve entrare clandestinamente in Italia perchè se lo importi regolarmente adesso te lo trasformano in un gioco per la Wi !!!!!!!!!!
    Ciao Madda

  8. libellula delle nevi says:

    grandeeeeeeeee che sensibilità.e che penna! chiarissima da farmi venire i brividi. bravi !scrivete scrivete e fin che potrò leggervi non mancherò all’appuntamento

  9. lella says:

    Insomma questi kosovari sono proprio uomini e donne con un quotidiano come il nostro…e ci possono incuriosire anche senza farci per forza pietà!
    Bella lezione Madda, grazie
    Lella

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