Ragazzo del Kosovo

Questa è la storia di un ragazzo “uno di noi”, citerebbe una famosa canzone, tranne per il fatto di essere nato in un paese che negli anni ‘70-‘80 viveva un momento di grande prosperità, grazie ad un “sovrano illuminato” che ne aveva fatto lo Stato capofila dei Paesi non allineati, all’interno di quel silente conflitto tra USA e URSS definito Guerra Fredda.

Questa posizione aveva significato per anni finanziamenti sia da parte americana sia da parte russa, tanto da rendere l’economia jugoslava una delle più floride: “Allora era possibile andare in vacanza due volte, con la famiglia e con gli amici, con uno stipendio solo che manteneva nonni e una famiglia di 4 figli”. Bei tempi!

La Guerra Fredda volge al termine e con essa i sussidi elargiti a pioggia: l’economia jugoslava inizia ad incrinarsi fino a cadere in picchiata, portando con sé il quieto vivere e il buon vicinato dello Stato più multietnico d’Europa. Come non notare il vertiginoso cambiamento del potere d’acquisto, ma ancor più come interpretare il clima di tensione che portava amici di sempre, vicini e compagni di una vita a cambiare marciapiede, a negare lo sguardo, a chiudersi la porta in faccia e alla fine nemmeno più ad aprirla? Come spiegare quello che stava succedendo? Come era possibile che improvvisamente la gente avesse deciso di ritirare fuori quelle differenze, che da sempre caratterizzavano la società jugoslava e che avevano già fatto tante vittime nemmeno quaranta  anni prima? La risposta tardava ad arrivare, ma non le conseguenze di un atteggiamento sempre più diffuso e radicale. Inizia la guerra!

Il nostro ragazzo, di appena 20 anni allora, fugge da casa con la sua famiglia, senza avere il tempo di raccogliere le cose care e senza neppure chiudere la porta. Scappa, inseguito dal rumore degli spari e delle bombe in un campo profughi di uno Stato vicino, e lì inizia a conoscere “gli internazionali”, che organizzano i campi profughi, si occupano di distribuire cibo e medicine durante il giorno, ma a sera, mentre tutti si coricano all’aperto nei loro sacchi a pelo, scompaiono fino all’indomani… Solo qualcuno di loro è diverso e sta con loro il giorno ed anche la notte. L’esodo non termina qui. In Germania lo aspettano i parenti che vi si erano trasferiti alle prime avvisaglie della guerra e lì il ragazzo inizia un altro breve scorcio di vita: impara la lingua tedesca e si adopera per quanto è possibile. Al termine della guerra torna in patria: vuol vedere cosa è rimasto della sua casa di un tempo. E’ molto difficile riconoscere tra tutte quelle macerie le strade che una volta lo conducevano al calore domestico: la casa è distrutta, ora c’è solo terra. Quella terra deve essere però difesa con i denti o, prima che qualcuno gliela restituisca di diritto, passerà molto tempo. L’unico modo è presidiarla giorno e notte, dormendo in tenda.

La guerra è terminata, ma non tutto quello che l’ha prodotta: ferite profonde accompagnano la volontà di ripartire ed il cammino per il riconoscimento di indipendenza di uno Stato, che da molto tempo si sente mondo a sé rispetto alla Grande Serbia.

La guerra è finita, ma tutto è da ricostruire: l’economia dovrebbe iniziare il suo indispensabile processo di crescita, ma non è così: la questione aperta sull’indipendenza non gli permette  di commerciare con gli Stati limitrofi e molti interventi interni vengono rinviati. Gli internazionali, civili e militari, lavorano sempre più e lavorare per loro è l’unico modo per guadagnare uno stipendio che consenta di arrivare alla fine del mese. Tutti sanno perché sono lì, “la guerra è appena finita e la sicurezza dei cittadini deve essere tutelata”, ma pochi capiscono cosa intendono fare: “Non imparano la loro lingua e non hanno interesse a trascorrere del tempo con loro, se non quello necessario per ricevere consensi sui progetti che vogliono realizzare”… e si sa, nei Balcani non si dice mai no, ma questo non vuol dire essere davvero intenzionati a farlo.

Dieci anni di rapidi cambiamenti: ci sono la luce e l’acqua, anche se non sempre sono garantite, le strade vengono asfaltate, sono stati ricostruiti molti negozi, riprendono numerose attività, serbi e albanesi in alcuni posti sono tornati a incontrarsi e a parlarsi, quanto meno a tollerarsi. Gli internazionali sono ancora molto presenti sul territorio, soprattutto nella capitale, anche se sempre più si parla di “passaggio di consegne”. Di fatto fa riflettere il modo in cui ancora i militari presidiano il territorio: gli ordini di supervisione e di contatto con la popolazione sono gli stessi dalla fine della guerra. I militari continuano a svolgere gran parte delle loro attività in caserma e agli occhi della gente questo è sempre meno comprensibile. Inoltre gli uomini cambiano in continuazione, vengono per periodi non troppo lunghi in cui guadagnano stipendi esagerati, vanno in giro facendo sempre le solite domande di stupore per una realtà che non è la loro e avanzano argute osservazioni: “Ehi ragazzi, ma perché non smettete di farvi la guerra?”. “Simpatici questi internazionali anche se a volte un po’ troppo open-minded!” è l’ovvia risposta di un popolo che fa fatica ad uscire dalle difficoltà del post conflitto.

Dieci anni sono trascorsi da allora. Il nostro ragazzo è un uomo e padre di 4 bambini, guadagna 300 euro al mese -lo stipendio medio di un lavoratore in Kosovo- e non ce la fa provvedere a tutta la famiglia, così i più grandi, pur non avendo terminato gli studi, cercano di aiutarlo con dei  lavoretti quotidiani, che alternano alle lezioni.

Niente di straordinario, tutti i ragazzi in questo paese iniziano a lavorare molto prima di aver finito la scuola! I suoi figli fanno parte di quel 70% della popolazione che rende il Kosovo lo Stato più giovane d’Europa, come ama definirsi: conoscono bene l’inglese e qualcuno anche l’italiano, sfilano ben vestiti a braccetto con i propri amici, bevono caffè nei numerosi bar della città immersi nel fumo di una legge che tarda ad affermarsi.

A volte chiedono a loro padre di raccontare del suo passato e a lui piacerebbe farlo accompagnandosi con delle foto, ma questo non è possibile. I suoi figli non vedranno mai una sua immagine di quando aveva cinque anni o il volto dei nonni deceduti durante la guerra perché una delle più grandi stragi è stata quella che ha colpito la memoria, mandando a fuoco le immagini di infinite vite!

Ai suoi figli piacerebbe viaggiare, ma in questo Stato è molto difficile farlo, potremmo dire che è il diritto negato per eccellenza a questa parte di mondo. Viaggiare è possibile solo dopo trafile lunghissime di accertamento, che garantiscano il ritorno in patria: tutti devono sottostare a questo ferreo, limitante e umiliante controllo ai raggi X!

 

Il nostro amico, oggi uomo, non ha un nome, perché in questo paese avere un nome significa essere identificati per etnia e religione: nessun nome è messo a caso.

Questa non è la storia di un ragazzo albanese, oppure serbo, rom, o egiziano o di altra persona appartenente ad una minoranza del Kosovo. Questa è la storia di tutte le persone che fino ad oggi ho incontrato e che, seppur segnate da un’appartenenza, hanno vissuto un dramma senza distinzione e ognuno di essi è il protagonista!

Qualcuno fra loro è donna, uomo, vedovo, orfano, senza figli o addirittura solo, ma tutti sono chiamati a guardare nella stessa direzione: avanti!

Annunci

2 Responses to Ragazzo del Kosovo

  1. Tommaso says:

    Non c’è prezzo che possa ripagare un’infanzia perduta!!! e dire che le nazioni fanno la guerra per ragioni di tipo economico! è un assurdo visto che anche le armi hanno un prezzo elevatissimo come se fossero oro! La morale della favola è che a guadagnarci sono sempre gli stessi e a rimetterci sono sempre i più umili! Quanti di noi avrebbero la forza di ricominciare una nuova esistenza dopo aver visto la propria casa ridotta in un cumulo di macerie? Quanti preferirebbero trovare una comoda soluzione nel suicidio? Chi tocca con mano realtà di questo tipo è talmente sopraffatto dall’orrore che vorrebbe dimenticare tutto come se fosse solo un brutto sogno, invece ogni giorno che Dio manda in terra quando si sveglia se lo ritrova davanti agli occhi! Per non parlare della morte dei propri cari, avvenuta non per loro vecchiaia, ma per colpa dell’uomo!

  2. giulia says:

    i like!!!!!!!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: