Walking Prijedor: tra strade e tradizioni

 

 

Kralja Petra I Oslobodioca: 1931 - 2010

 

Stiamo in Gavrila Principa. Mi ha fatto sorridere la cosa: abitiamo nella via in onore dell’attentatore all’erede al trono austriaco, del rivoluzionario bosniaco che nel 1914 a Sarajevo, assassinò Francesco Ferdinando. Mi ritorna in mente quando, sui nostri banchi di scuola, si accennava all’avvenimento come “la scintilla che fece scoppiare la prima Guerra Mondiale”. E l’accenno ai Balcani finiva lì.

La mia è una storia di strade, le strade che Francesco ed io percorriamo quotidianamente e che ormai ci sono diventate familiari. È bello poter già usare l’aggettivo “familiare”, considerato il fatto che calpestiamo “una terra” di cui poco conoscevamo e che non avremmo mai immaginato di vedere. Eppure è una forte sensazione di accoglienza e familiarità quella che mi ha abbracciato fin dal primo giorno qui a Prijedor. Il forte odore di legna bruciata, quell’odore ci si impregna addosso e ci accompagna. Quell’odore è famiglia e mi riporta a casa.

È un periodo di pioggia torrenziale questo. Il fiume è al limite della sua portata, alluvioni e allagamenti hanno colpito gran parte della Bosnia. Camminare per le strade di Prijedor sotto la pioggia non è poi così semplice. Stiamo attenti a schivare le pozzanghere che trovano posto ideale tra quell’asfalto dissestato, a cui noi trentini siamo poco abituati.

Il “mostro rosso” e l’orologio segnano l’inizio di Kralja Petra I Oslobodioca, la via principale della città. Il primo è il “Patrija”, un grande edificio in perfetto stile sovietico, costruito negli anni Ottanta che un tempo fu un centro commerciale e che con la privatizzazione ha subito l’infausto destino di diventare solamente vetrina di manifesti elettorali.

Il secondo è un orologio costruito tra il 2006 e il 2007, momento in cui si è provveduto al rifacimento completo di quasi tutta la via. Ora la strada non ha nulla da invidiare alle vie del centro delle “nostre” città occidentali. E’ pedonale, illuminata con moderni fari, coperta di aiuole verdi e così perfettamente lastricata e liscia che il rischio qui, con la pioggia, è quello di scivolare a terra.

Gli edifici che vi si affacciano sono ammodernati; ci sono negozi di ogni tipo, bar, farmacie ma soprattutto banche, una ogni tre passi. “La nuova strada è motivo per noi di grande orgoglio, è il segnale palpabile che la ricostruzione è avvenuta e che sta continuando” ci dice qualcuno. Altri invece sottolineano quanto una strada così moderna non possa rappresentare pienamente una città carica di storia e di cultura e quanto il rifacimento completo di edifici rappresenti un colpo inferto ad un’identità storica che non si dovrebbe cancellare.

Finisce la via e qualche passo più in là ci si ritrova nelle “vere” strade di Prijedor, quelle con le pozzanghere e le buche. Passeggiando mi accorgo di una casa la cui entrata è decorata di nastri. Chiedo come mai e mi viene detto che probabilmente quella famiglia è in Slava. Scopro così che la “Slava”, letteralmente “gloria”, è una delle tradizioni più tipiche ed importanti per i serbi ortodossi e che si tratta della celebrazione e venerazione del santo patrono della propria famiglia. L’usanza dice di festeggiarlo nel suo giorno con riti carichi di simbologie, mangiando cibo tradizionale e bevendo insieme. I figli ereditano dal padre il santo protettore, e quindi molti gruppi familiari sono accomunati dalla stessa Slava.

Quella “in Slava” è una casa nuova, appena ristrutturata. Poco lontano altre case di cui non rimangono che gli scheletri bruciati, segno indelebile della guerra e di una ricostruzione non del tutto completata.

Continuo a passeggiare. All’angolo un musicista suona la sua vecchia fisarmonica, usurata da anni e anni di note, a tutte le ore del giorno, nonostante la pioggia. Si interrompe solo con il canto del muezzin, che si spande nell’aria dalla moschea vicina.

Penso, ricordando una canzone, che forse l’ho finalmente trovata la “città dove i cieli non sono così scuri e le strade hanno suoni”.

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3 Responses to Walking Prijedor: tra strade e tradizioni

  1. lorena ziller says:

    Brava Silvia, sei riuscita a farmi ritornare in quella via!

  2. gabriele mongera says:

    … e vedi sogni, immagini
    nelle strade e sui muri…

  3. stefano b says:

    Ehi Silvy!
    Bellissima descrizione… sai che ho provato la tua stessa sensazione quando ho visto la prigione del buon Gavrilo nel campo di lavoro di Terezin, nella repubblica Ceca?
    Ovviamente, ai tempi non sapevo ancora che in realtà i campi sono solo un’invenzione degli alleati per sostenere la causa sionista…

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