Archeologia Industriale e Quartieri Invisibili

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE e QUARTIERI INVISIBILI

di Francesco Mongera

 

Mulino - Merci dismessi - CelPak

Due settimane fa è apparso nuovamente il sole a Prijedor. Domenica, Silvia studia, io, musica nelle orecchie, mi incammino. Voglio fotografare la vecchia cartiera. Mi han detto che dava lavoro a qualche migliaia di persone; ora, da qualche anno, è chiusa. Prendo quella direzione, anche attratto dai merci dismessi, parcheggiati in una diramazione di binari morti vicino a Wisa, un grande centro commerciale, un’immensa cattedrale nel deserto di prati incolti, attività apparentemente poco operose e casette basse. Alcuni vagoni sono chiaramente dismessi, senza i lati e con la natura che lentamente se li mangia. Altri sono ripieni di carbone: la sensazione è che il tutto stia li da parecchio tempo, treni e carbone. Abbandono il binario morto e mi metto in strada, che fiancheggia quello che dovrebbe essere il binario vivo. In tre mesi di vita a Prijedor non ho mai visto un treno “civile” in movimento sul binario costruito costruito nel 1873 per collegare Banja Luka alla Croazia.

Non è difficile fotografare una vecchia fabbrica, non si da fastidio a nessuno. Scatto, cercando un’anima in una struttura di cemento armato che poco assomiglia a una cartiera, che poco assomiglia a quella fabbrica in disuso che avevo visto di sfuggita qualche giorno fa. Soprattutto non capisco perché al cancello d’entrata, dove ancora si vedono simboli di uso recente, ci sia una piccola bottega del pane aperta. Non me ne curo troppo, fotografo e proseguo lungo l’unica strada, tenendo una ciminiera che so essere vicino al fiume come stella cometa, per non perdermi. L’asfalto finisce, cominciano i buchi e le case la metà bassa con l’intonaco, la metà superiore senza, mattone a vista. Donne in stivali di gomma, ruspanti e maiali nelle are di casa, vecchie golf che fanno slalom fra i buchi, alcune con prudenza, altre arrogantemente. Improvvisamente sono fuori luogo, io e la mia sciarpa grigia a righe aperta per il gran caldo fuori stagione, io e i miei auricolari rossi, io e la macchina fotografica di Silvia. Io solo in mezzo a questo mondo “parallelo” a una ventina di minuti dal centro città. Cerco di togliere i segni della mia “diversa provenienza” ma non penso di riuscire a scrollarmi di dosso questa immagine. Non sono l’unico a rendersi conto che sono decontestualizzato. Gli sguardi che mi vengono rivolti dalle signore che incrocio camminando e dai finestrini delle macchine sono eloquenti, interrogativi. Solo un bambino, l’unico incontrato da quando son partito, non si cura di me. Continua a giocare con la sua pistola giocattolo: ammetto che mi ha fatto orrore l’immagine del gioco. Non ho mai capito come si possa regalare un’arma, seppur di plastica, a un piccolo. Non in Italia e men che meno qua: non posso fare a meno di vedere quel bambino con gli occhi storici cosi come successo qualche settimana fa parlando con dei ragazzi di 25 anni – facce pulite, battuta pronta e rakija sempre a portata di mano – che han scelto l’esercito per avere uno stipendio sicuro, un lavoro sicuro in un posto dove i merci son fermi e abbandonati, le fabbriche dismesse o molto ridimensionate, il lavoro pubblico troppo legato alla politica e l’economia di molte, troppe famiglie, basata sulla sussistenza.

Continuo senza aver scattato foto di quel quartiere nascosto e arrivo di fronte alla fabbrica che cercavo. A due passi dal centro e dal fiume: la mia stella cometa è la ciminiera della vecchia cartiera. Sul cartello all’entrata del cancello principale si legge Business Center Prijedor, in Inglese e in Serbo-Croato sia in caratteri latini sia cirillici. Un cartello non vecchio attaccato al muro dell’edificio d’entrata. I serramenti son nuovi. Dietro si estende un complesso industriale enorme: vetri rotti, tetti scoperchiati e piazzali vuoti.

Qualche giorno dopo scopro che la prima fabbrica visitata era un grosso mulino. Gli enormi silos in cemento armato erano per lo stoccaggio della farina. Oltre alla trasformazione del grano in farina e al suo stoccaggio si produceva pane. Di tutto l’insieme è restata solamente una piccola linea di produzione di pane. Si spiega la piccola rivendita al dettaglio al cancello d’entrata. La questione dello sviluppo (mancato) industriale di Prijedor comincia a affascinarmi. Prendo appuntamento con il Direttore del Museo di Storia di Prijedor. Mi conferma che Celpak, la cartiera aperta dalla Svezia dopo il termine della II Guerra Mondiale come forma di ricompensa per la resistenza al nazifascismo, era la seconda attività economica per numero di persone impiegate dopo le miniere di Ljubjia, Omarska e Tomisica. CelPak non è più operativa dal 2002 ma nei dieci anni precedenti era fortemente ridimensionata e poco efficiente. Ora è il Business Center o almeno un embrione di quello che dovrebbe essere il laboratorio industriale della città: ad oggi è ancora un argomento più grande di me. Interventi di cooperazione internazionale, privatizzazione, cessioni discusse di quei terreni fra il governo della Republika Srspka e la Municipalità di Prijedor, investimenti stranieri e fosche prospettive di sviluppo. Spero nei prossimi giorni e settimane di dipanare la nebbia intorno a questo grande buco industriale fra il centro città e quel quartiere invisibile che ho attraversato in una delle prime giornate di sole a Prijedor.

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3 Responses to Archeologia Industriale e Quartieri Invisibili

  1. marina says:

    Bravi ragazzi! Complimenti per questo ennesimo articolo. Sembra di essere alle spalle di Francesco e vedere quello che stava vedendo lui in quel momento.

  2. Paolo says:

    Bel pezzo Franz!
    Quasi quasi (anche dopo il tuo “esploit” di dicembre), ti assumo in pianta stabile (agratis!!), al giornale. Ho anche scoperto che cos’è la rakija, visto il contesto pensavo ad una sorta di kalasnikov, ma wikipedia mi ha illuminato ed … ingolosito!
    Buon lavoro!
    Paolo G.

  3. donatella says:

    grazie Francesco,mi sembra di vedere quello che hai descritto e non fa molto piacere sapere che le cose non riprendono a funzionare.Mi auguro che al tuo ritorno tu possa trovare lavoro e che la tua vita possa essere piena di soddisfazioni. Ciao e buon lavoro Donatella

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