La Doppia Realtà

La Doppia Realtà

di Maddalena Alberti

La scatola degli oggetti-ricordo

 

Cinque mesi fa, appena arrivata in Kosovo, immaginavo che lavorare nelle scuole non sarebbe stato facile come farlo in quelle italiane. Prevedevo una barriera linguistica, una barriera istituzionale, una difficoltà nell’approcciarmi ad una realtà che sapevo di non conoscere, ma che in fondo credevo sarei stata in grado di leggere, e di prevedere anche, in qualche modo. Sapevo di essere in terra di post-conflitto, sapevo di essere in uno stato che si affacciava nella costruzione di se stesso e delle sue basi, sapevo però di essere in uno stato che, alla fine, non se la stava cavando proprio così male. A Prishtina ci ero arrivata per la prima volta nel maggio dell’anno scorso, e per questioni personali ci ero tornata anche durante l’estate, e i miei occhi si nutrivano della novità, e di quello che a prima vista può mostrare la capitale agli occhi di una novellina non abituata all’analisi profonda di un contesto altro, facendo l’errore di paragonare sempre tutto alla mia realtà, convinta che quella in qualche modo mi avrebbe aiutata ad interpretare anche questa.

E invece la storia e la realtà ci fregano sempre, e ci riportano al concreto, al dato reale, che ci stupisce sempre, e ci stravolge. Sono entrata nelle scuole di Gorazdevac e di Vitumirica con un progetto sulle foto ricordo, con l’idea di fare una mostra fotografica sui momenti importanti della vita passata delle famiglie dei ragazzi, momenti importanti, ma soprattutto momenti felici. Toccare e riprendere in mano quella realtà passata che ci riporta a momenti felici, quelli di cui di solito i nonni non raccontano troppo, se feriti da una quotidianità che ha portato tanto dolore, e che i genitori a volte si dimenticano di narrare dandola per scontata, e riferendosi sempre alle durezze della vita per darci degli insegnamenti che ci mettano sulla retta via, perché nella vita di un uomo, è dalle fatiche e dagli errori che si deve imparare.

Mi ero illusa di poter lavorare con facilità sul tema della felicità, chiedendo ai ragazzi cosa è per loro la felicità, cosa li rende felici, saltando gli anni ’90, e andando più indietro, al di là della guerra. E invece la storia e la realtà ci fregano sempre, e ci riportano al concreto, al dato reale, che ci stupisce, e ci travolge.

Gorazdevac è un villaggio alle porte di Peja/Pec dove si trova una buona parte dei serbi di questa zona. Roccaforte serba prima durante e dopo la guerra, famosa per il suo nazionalismo e per la sua “pelle dura”, oggi Gorazdevac non ha più check point all’ingresso e all’uscita, ma si ritrova comunque isolata, e – da un certo punto di vista- decide anche di esserlo. La scuola qui fa parte di quelle istituzioni parallele che tanto creano problemi e dibattiti politici, i docenti e le strutture sono pagati da Belgrado, e i programmi scolastici sono dettati da quella sede.

Vitumirica è una frazione anch’essa alle porte di Peja, a maggioranza albanese, ma comprensiva di molteplici minoranze, tra cui quelle bosniaca, egiziana e rom. Il quartiere è uno dei più poveri nei dintorni di Peja, e le strutture sono spesso fatiscenti. Entri nella scuola di Gorazdevac e capisci che c’è chi sta investendo in quella realtà, e che c’è chi sta insistendo per mantenerla in un buonissimo stato, come riflesso di un’istituzione che, alla fine, funziona, e anche bene. Entri nella scuola di Vitumirica, e ti rendi conto che non c’è alcun investimento lì dentro, perché la struttura sta cadendo, i muri sono friabili, gli ambienti sporchi, e la stufa a legno che scalda le classi non è sufficiente, e visto il fumo che ne esce e che fa bruciare gli occhi agli studenti, non è nemmeno mantenuta secondo gli standard minimi, se mai sono esistiti.

Parti da due realtà così, e già ti rendi conto che la realtà contraddice i tuoi schemi, e che sei proprio ingenua. Entri in queste due realtà con uno stesso progetto, con una stessa modalità di lavoro, ma non immaginavi quello a cui ti avrebbe portato.

Ho chiesto ai ragazzi di portare un oggetto per definirsi, come primo momento di incontro, e a Gorazdevac, diversi ragazzi mi hanno portato le fotografie del papà il giorno che è partito per l’esercito, la maglietta della stella rossa di Belgrado, la borraccia usata durante la guerra in Croazia dal proprio papà, o le scarpe del nonno vestite durante la seconda guerra mondiale. Ragazzi di 12 anni, che per definirsi scelgono il conflitto, che hanno solo sfiorato dal punto di vista del conflitto guerreggiato, ma che evidentemente hanno assaporato fino in fondo dal punto di vista delle macerie che quel conflitto ha lasciato sul terreno.

Nella scuola di Vitumirica i ragazzi mi hanno portato, come primo passaggio, delle loro fotografie, e in più d’una, sullo sfondo di un normale salotto, campeggiano poster dell’UCK. Mi sono sempre rifiutata di voler vedere ovunque la guerra e i resti del conflitto qui in Kosovo, ho sempre cercato di andare al di là della definizione società post- conflitto, allontanando anche con un po’ di fastidio tutte quelle letture della società kosovara di oggi, e soprattutto dei giovani, che la volessero legare alla guerra, e invece la storia e la realtà ci fregano sempre, e ci riportano al concreto, al dato reale, che ci stupisce, e ci stravolge. Ieri ho fatto il secondo incontro presso la scuola di Vitumirica. I ragazzi per presentarsi e raccontarsi hanno riempito una scatola di cellulari, videogames, profumi, fotografie delle loro famiglie sorridenti durante un capodanno o una vacanza, collanine, anelli, le lettere scambiate con le amiche, un pallone.

In Kosovo, prendi contatto con la tua ingenuità, capisci di non aver capito niente, e mentre cerchi di ricostruire una visione di insieme che unisca tutti i pezzettini del puzzle che stai raccogliendo, arrendendoti a quella lettura che vuole vedere guerra e resti di guerra ovunque, vieni sconvolta, ancora una volta, ma questa, di volta, vieni sconvolta dalla normalità. Che c’è, e che sta crescendo, dietro le macerie, perché la storia e la realtà ci fregano sempre, e ci riportano al concreto, al dato reale, che ci stupisce, e ci stravolge.

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