Dietro la normalità

DIETRO LA NORMALITA’

di Silvia Passerini

N. ha 25 anni. È una ragazza brillante, occhi verdi e capelli corti. L’ho conosciuta qualche mese fa e la cosa che più mi ha colpito è il suo sorriso, un sorriso carico di energia, un sorriso sincero. Scambiamo qualche chiacchiera in un inglese, il suo, praticamente perfetto. Lavora da dieci mesi come insegnante di lettere in una scuola a Banja Luka, sembra serena ed entusiasta del suo lavoro. Ci racconta che le cose le stanno andando bene: sta lavorando, sta preparando l’esame per l’autorizzazione all’insegnamento, si sposerà presto.

Rimango stupita parlando con lei. Non mi capacito del fatto che questa ragazza sia anagraficamente più giovane di me e sia, nel contempo, così “adulta”, non solo per il make-up e il vestiario, ma per un contegno, una maturità, un portamento che fanno sembrare me un’arida diciottenne da “jeans e sneakers” e dall’inglese mediocre.

Dopo quel primo incontro ci vediamo svariate volte. Ci accompagna a visitare la sua scuola e, appena dentro, il sorriso e la parlantina paiono spegnersi. Non so capire se il suo sia un atteggiamento esageratamente rispettoso o se sia sintomo di paura di sbagliare, di fare brutta figura davanti alla dirigente e alle colleghe. Più tardi capisco che è un insieme delle due. N. è relativamente nuova del posto, il suo contratto scadrà a novembre e non si sa se verrà rinnovato o meno. Pare, da quello che sento, che siano molto contenti sia gli studenti, sia i colleghi, del suo lavoro. Non avevo dubbi: mi è sempre parsa la persona perfetta per l’insegnamento, sicuramente giovane ed inesperta, ma naturalmente dotata di quelle qualità che non si acquisiscono con il tempo e con l’esperienza. N. è brillante e spiritosa, preparata, sensibile, dura ma allo stesso tempo materna.

La incontro nuovamente dopo qualche settimana. È visibilmente preoccupata perché ha il sentore che non le verrà rinnovato il contratto in quella scuola. Ed è questo quello che è avvenuto. È stata assunta, al suo posto, un’altra persona, forse più preparata, non lo so, ma sicuramente con qualche conoscenza più in alto. Quello che è certo è che N. non ha queste conoscenze. Viene da una famiglia povera di un paese poco lontano dalla città ed è riuscita a studiare grazie al supporto economico di un parente all’estero, a forza di volontà ed impegno. “Non ci si stupisce, così vanno le cose qui” – ci spiega N. – “se non hai conoscenze in alto, se non sei invischiato in politica, non trovi lavoro, o lo perdi quando non c’è più bisogno di te”.

Non è la prima persona che ci dice questo. È diventata normalità ormai e nessuno si stupisce più. La gente per trovare lavoro deve essere iscritta ad un partito, deve “intrufolarsi” nel mondo della politica. Tanti collezionano tessere di partito, sperando, in questo modo di trovare l’occasione giusta, l’occasione della svolta, dell’ambito posto nel pubblico magari. Il tasso di disoccupazione in Bosnia è molto alto: i dati riportano un tasso intorno al 40% per il 2010. Il numero reale si aggira intorno al 20%, moltissimi lavorano nell’economia sommersa e molti lavorano saltuariamente nei campi o tagliando legna nei boschi. Alta disoccupazione, politica corrotta e tutto quello che si portano dietro, sono problemi che riempiono le pagine dei nostri quotidiani nazionali e che non stupiscono più tanto nemmeno noi.

Mi avevano parlato di complessità descrivendo i Balcani, sette mesi fa. Ebbene è questa complessità che mi permette a fatica di assemblare il puzzle, è questa complessità che mi rende difficoltoso descrivere quello che vedo e trovo in questo paese, nella gente di questo paese. Questa complessità è ormai normalità, una normalità fatta di disoccupazione e corruzione. È spaventoso il fatto di vivere tutto questo come normalità, è pericoloso perché porta a giustificare tutto con un’alzata di spalle, porta a scoraggiamento e apatia, porta a non essere più in grado di riconoscere la normalità vera, quella sana.

Sei mesi fa, appena arrivata in Bosnia, pensavo di incontrare un paese dilaniato da una guerra che non è poi così distante, un paese povero, non solo economicamente, ma anche culturalmente, un paese fermo. Pensavo di incontrare gente “distante” da me per cultura e vissuto, persone appiattite e annichilite dalla violenza, dal dolore e dalla guerra che hanno vissuto fino a l’altro ieri. E non sbagliavo: ho incontrato anche tutto questo.

Incontro però anche persone come N., persone che hanno voglia di ricostruire il proprio paese, che hanno voglia di superare quel vicino passato di dolore, che hanno voglia di reagire. Persone, però, a cui non è permesso farlo. Giovani brillanti e sorridenti, con grandi doti, ma giovani scoraggiati, abbandonati da istituzioni corrotte che non comprendono tra le priorità i loro problemi. Una realtà di scoraggiamento non troppo diversa da quella che trova e vive in Italia una come me: giovane, fortunata, italiana.

N. ha le lacrime agli occhi quando ci racconta come è andata a finire. È stata cacciata nonostante, fino al giorno prima, avesse ricevuto falsi sorrisi e ridondanti lodi al suo lavoro. N. ci racconta tutto questo con le lacrime agli occhi ma con il solito sorriso.

Presto, forse, si sposerà.

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One Response to Dietro la normalità

  1. walter says:

    Carissime e carissimo, i contributi che ci proponete dal vostro osservatorio sono sempre attesi e graditi sia per la “bellezza” intrinseca delle esposizioni, sia per l’importanza (o gravità) degli argomenti osservati ed esaminati.

    Da quanti altri angoli di mondo potreste ben esprimere altre osservazioni ed offrire il vostro contributo!!!.

    Grazie saluti e buon lavoro.

    Walter

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