Sulla riva del fiume

SULLA RIVA DEL FIUME

di Francesco Mongera

 

Fine pomeriggio di mercoledì, due settimane fa: esco dall’ufficio e come spesso accade quando (raramente) spunta il sole nel grigio dell’inverno prijedoriano, vado verso il fiume. Seduto a gambe incrociate a due passi dalla riva, davanti a me un libro che da troppo tempo apro e chiudo senza quasi leggere, e infreddolito da un aria debole ma fredda. Da questo lato del fiume si prende l’ultimo sole del pomeriggio, finché tramonta dietro il ponte. Qualche settimana prima, di sabato, più o meno alla stessa ora e solo qualche decina di metri più in là, sedevo al tavolino del Plaža per un caffè insieme ad un eccentrico conoscente. Nel mezzo di un interminabile racconto su Drvengrad (Kustendorf), il villaggio costruito da Kusturica per girare il film “La vita è un miracolo”, ora laboratorio per artisti di ogni sorta e sede del Kustendorf Film Festival, si ferma e mi dice: “Si sta cosi bene che Prijedor oggi non ha nulla da invidiare a San Francisco o Venezia”. Ricordo di aver pensato che con tale affermazione si era spinto un po’ troppo in là, nonostante si stesse veramente bene. È nella natura delle persone eccentriche esagerare un po’ le sensazioni del momento.

Questa nuova discesa al fiume infra-settimanale invece non mi porta la stessa serenità di quel sabato pomeriggio. Sento movimento alle mie spalle e appena mi giro vedo un bambino che calcia una palla, di quelle piccole e con colori sgargianti, dritta nel fiume. Guarda la palla allontanarsi lentamente verso il centro spinta dalla corrente, dove non è più raggiungibile: sorride noncurante e se ne va. Anche se non è cosi grave, non posso fare a meno di non capirlo. Un fatto insignificante e scollegato da tutto il resto, che però mi fa pensare all’incontro di approfondimento sulla situazione bosniaca che abbiamo terminato poco prima con Andrea Rossini, collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso. Ci parla, e parliamo, di politica, economia, giustizia e media in Bosnia Erzegovina, grandi temi legati ad avvenimenti concreti quali il recente arresto del generale Divjak in Austria e lo “sbarco” di Al Jazeera a Sarajevo. Mi rendo conto di vivere veramente in una piccola città di provincia, lontana dalle grandi questioni e che come tutte le città di provincia tende a mostrarsi, spesso, chiusa su se stessa, autoreferenziale. O meglio, immune, lontana dalle dinamiche virtuose che la circondano e allo stesso tempo vittima della complessità di cui è parte.

Il professor Giordani ai tempi della superiori ci diceva sempre che quando si raggiunge l’apice della confusione si è molti vicini a trovare la soluzione del problema. Quando cerco, ricevo, o semplicemente incrocio informazioni nuove mi sembra invece che l’asticella della confusione si alzi sempre di una tacca. E che la soluzione si allontani di due. Certo le questioni sociali, economiche e politiche della Bosnia, come di qualsiasi altro luogo al mondo, non sono un algoritmo con una soluzione. La matematica in questo caso non si applica, forse perché le variabili sono tante quanti i punti di vista dai quali si guarda il problema. E i punti di vista in Bosnia sono tanti. La nazionalità e la religione, il nazionalismo o un approccio più aperto all’esterno, la tradizione e la modernità, solo per agglomerare in modo molto sommario senza pretesa di aver compreso tutto e tutti.

Nelle due settimane che sono passate da quella chiacchierata – una delle quali in Italia per salutare un vecchio compagno di scuola, amico di questa Bosnia complessa – ho cercato di razionalizzare quel discorso, da straniero quale sono. Sono state settimane che hanno visto critiche anche aspre, e talvolta scoramento nel pensare a cosa è qua, qual’è il mio ruolo e come lo si porta avanti. Ho cercato, in ogni modo, di far sedimentare i sentimenti più accesi e formarmi un’immagine il più possibile chiara del posto dove vivo.

Prijedor è una città piccola, parte di un meccanismo grande e parzialmente incompiuto da 16 anni qual è la Bosnia Erzegovina. Prijedor è senz’altro vittima di un sistema malfunzionante, dove la corruzione e il clientelismo penetrano troppi ambiti della società. Ma oltre che vittima è anche complice, nella routine quotidiana. Sono tante le storie sentite di chi, pur lamentandosi della situazione, si “vende” per un lavoro, o per mettere in pratica le sue idee. Più in generale, Prijedor riproduce al suo interno in piccolo e con percentuali proprie la complessità di variabili e punti di vista che fanno della Bosnia Erzegovina il sistema che è. Sotto questo punto di vista azzarderei che Prijedor è molto rappresentativa della Bosnia che si legge sui libri e che raccontano gli esperti.

Per quello che vedo però, Prijedor genera al suo interno e in collaborazione con l’esterno anche dinamiche positive. Magari molto piccole e locali, come (e non solo) i risultati del lavoro che cerchiamo di raggiungere con i giovani e con le scuole, ma che penso possano contribuire ad aprire vie di emancipazione dalla visione di vittima di un sistema malfunzionante. Nelle mie/nostre attività, cosi come in tutte quelle delle persone che “lavorano” in questa direzione, la sensazione di essere schiacciati da questioni grandi rimane presente anche perché ogni questione grande trova una sua declinazione nella vita e nelle relazioni di tutti i giorni anche in città provinciali come Prijedor. Ma senza uno slancio per smuovere queste situazioni anche solo di un po’ si cadrebbe nella categoria di complici silenziosi. Ci sono persone che cercano, fra mille dubbi e mille incertezze, di non essere cosi. Ne vale la pena.

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