Bosnia-Kosovo: un patchwork di idee

BOSNIA-KOSOVO: UN PATCHWORK DI IDEE

di Francesco Mongera

 

Due bandiere simili, le bandiere più giovani d’Europa. Quella della Bosnia-Erzegovina, nata il 5 febbraio 1998, e quella del Kosovo, adottata 10 anni dopo, il 17 febbraio 2008, nel giorno in cui il Parlamento kosovaro ha votato l’indipendenza dalla Serbia. Entrambe richiamano i colori e le stelle dell’Unione Europea ed entrambe hanno un’area centrale gialla: il profilo del Kosovo e un triangolo che ricorda la forma della Bosnia-Erzegovina. Le sei stelle della bandiera kosovara sarebbero un riferimento alle sei comunità etniche presenti nel paese così come il triangolo sulla bandiera bosniaca, oltre al territorio, simboleggerebbe le tre nazionalità che lo compongono. A seguito di cruenti conflitti fra nazionalità, quindi, Bosnia e Kosovo avrebbero deciso di celebrare la propria multietnicità nel simbolo primo dell’indipendenza.

Ma una bandiera da sola non tiene unito un paese che, nonostante sia pacificato e indipendente, continua a vivere al suo interno residui di conflitti fra gli stessi gruppi “etnici” che si sono confrontati militarmente negli anni precedenti. In Republika Srpska, entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, sventolano ovunque bandiere della Republika (per colori e loro disposizione molto simili a quella della Serbia) e raramente in questi primi sei mesi a Prijedor ho visto bandiere bosniache. In Kosovo la bandiera più diffusa è invece quella albanese, e non è raro vedere quest’ultima accostata a una bandiera kosovara, o quella kosovara accompagnata da quella statunitense.

La settimana scorsa ho viaggiato da Prijedor a Pec/Peja; dalla Bosnia, attraverso la Serbia, al Kosovo, per partecipare a un seminario sulla memoria/elaborazione e trasformazione del conflitto che vedeva coinvolte persone da Prijedor (BiH), Pec/Peja (Ks) e Kraljevo (Srb), più qualche italiano. Un viaggio, un seminario e una situazione ricca di spunti. Tutti i partecipanti erano “predisposti” a mettersi in discussione, ad affrontare argomenti che potevano risultare delicati, alcuni di loro a vivere per la prima volta la situazione stessa, di per sé scomoda: l’essere serbi in Kosovo o kosovari-albanesi che accoglievano dei serbi. Le discussioni non sono mai andate sui massimi sistemi del conflitto: sono state centrate su elementi che uniscono, o dovrebbero unire. La musica, il cibo, l’architettura, l’arte. Eppure anche qua vi sono state, alcune volte e nel rispetto reciproco, discussioni accese che uno sguardo internazionale fa fatica a sistematizzare. Ma forse lo sguardo internazionale su situazioni così intime è distorto quanto quello di chi le vive. Per ragioni opposte. Dove sta il punto di equilibrio? Forse nel piacere di stare insieme di queste persone al di fuori delle discussioni, nell’interessarsi a vicenda della propria vita quotidiana, del posto e delle situazioni in cui si vive il presente.

Al di là della situazione, ero curioso di vedere questo Kosovo di cui tanto avevo sentito parlare, ma mai sperimentato. Ho scoperto che poco dopo la “frontiera amministrativa”, sulla strada che porta a Kosova Mitrovica – una strada patchwork in tonalità infinite di bianco e nero – crescono alberi che sembrano produrre shoppers. Triste ironia a parte, l’immondizia è una piaga che troppo spesso rovina paesaggi che meriterebbero ben altra cura.

Per quel poco che si può vedere e capire in 4 giorni ho visto un Kosovo vitale. Una Pristina dove si respira aria di capitale, aperta al mondo, e che per confusione (piacevole) mi ricorda tanto – non so con che nesso – le capitali sudamericane. E una Pec/Peja inserita in panorama splendido, con un grosso potenziale. Ma anche una Pec/Peja che, non riuscendo a trovare un’espressione migliore, vedo come “poco se stessa” perché molto visibile è la presenza degli internazionali del conflitto (di cui sono stato una piccola parte): non le persone fisiche ma le loro azioni, i loro mezzi, le loro tracce.

Ritorno a Prijedor e la trovo soleggiata, in piena primavera: quando ero partito era solo un abbozzo. Trovo con immenso piacere mio e del mezzo che guido che una strada patchwork percorsa più volte in questi mesi è stata improvvisamente ri-asfaltata. Nell’immobilismo e mancanza di risorse di cui si parla così tanto qua, mi sembra una notizia incredibile. Trovo che i giganteschi poster di Ivo Andric, apparsi all’improvviso in tutta la città qualche settimana prima, sono stati rimpiazzati con qualche pubblicità immobiliare che non capisco. Vedo che al nuovo centro commerciale, il quinto in città, di cui io personalmente non sentivo la necessità, è stato dato un nome: ROBOT, scritto in caratteri cubitali. E noto, per la prima volta, che a Prijedor non sono visibili (non mi sembrano visibili? non sono più visibili?) quelle tracce internazionali che mi hanno colpito a Pec/Peja. Ho l’impressione, azzardando una comparazione fra le due cittadine, di vivere in un luogo che pur fra mille problemi è padrone di sé stesso, nel bene e nel male. Non ho la pretesa di aver capito il Kosovo in qualche giorno, e nemmeno di aver capito Prijedor in sei mesi, ma si è rafforzata la convinzione dentro di me che per cercare di comprendere un certo luogo e le sue dinamiche bisogna ad un certo punto uscirne, per poi rientrarci arricchiti.

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One Response to Bosnia-Kosovo: un patchwork di idee

  1. Roberta says:

    Mi sembra sia stato Schopenhauer a dire che come il viandante ha una visione dell’insieme e riconosce la via percorsa, con tutte le sue svolte e le sue curve, soltanto quando ha raggiunto un’altura, cosi’ anche noi solo al traguardo di un periodo della nostra vita siamo consapevoli del valore delle nostre opere.
    L’importanza del presente viene raramente riconosciuta subito, ma solo molto più tardi.
    Continua così Francesco, buon lavoro!

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