Una Perfetta Gabbia d’Oro

UNA PERFETTA GABBIA D’ORO

di Elena Pagni

Il Kosovo è un piccolo Stato e, come ho trovato scritto qualche giorno fa sul libro dal titolo provocatorio – “Kossovo tutto ok”- di Astrid Mazzola, giovane autrice trentina, con la sua superficie di 10.887 km2 è “un luogo che stando sulla cima di una montagna, si può abbracciare per intero con uno sguardo (…) su un territorio più piccolo di quello del Trentino Alto Adige vive una popolazione che nel 2007 è stata stimata, dal servizio statistico dell’Onu, a 2.421.128 abitanti: più del doppio della popolazione del Trentino Alto Adige. Peja/Pec è una città situata nella parte nord-occidentale del Kosovo e i suoi abitanti sono circa 80.000, la metà della provincia di cui è capoluogo: è la terza città più popolata del Kosovo, dopo Prishtina (la capitale) e Prizren (con cui si sente in continua contesa per il secondo posto in termini di popolosità)”.

All’alto addensamento di persone su un piccolo lembo di terra si aggiunge quella che è da considerarsi una delle peculiarità del Kosovo, come emerso numerose volte nei post delle scorse settimane, ed è la difficilissima mobilità concessa ai suoi abitanti, difficoltà che i giovani kosovari non tardano mai a sottolineare non appena – in una qualche discussione – viene improvvisato un qualsiasi paragone tra il Kosovo e (quasi) ogni altro Stato al mondo. Queste due caratteristiche insieme sembrano creare un mix apparentemente paradossale di continuo rimpianto per un mondo che a loro non è concesso di visitare ma un fortissimo attaccamento alla propria terra, alla propria gente e alle proprie tradizioni. “Si dice che i pejani siano particolarmente localisti. Che non cambierebbero la loro città con nessun’altra al mondo. Tutti coloro ai quali chiedo se lascerebbero Peja/Pec mi rispondono di no: come Sokol, si sentono legati alla loro città, alle sue strade che la sera si riempiono di gioventù al punto che ci si cammina con difficoltà, alla zona del mercato dall’aria antica e affaccendata. E anche chi è nato altrove finisce per affezionarcisi … è una città comunicativa, ti relazioni praticamente con chiunque, se vuoi”.

In effetti a Peja/Pec ogni internazionale è, come tale, riconosciuto, salutato o almeno apostrofato, come “italianka” nel mio caso, e la sensazione ovunque vai di uno sguardo su di te e una particolare attenzione nei tuoi confronti esercita senza dubbio una particolare attrattiva per chi costantemente sente di non appartenere a questo posto ma che in quei momenti è come se entrasse a farne parte: condividendo l’ammirazione per tutte le persone famose che puoi incontrare camminando per strada (e qua ne esistono molte, per un motivo o per un altro, a giudicare dalla frequenza con cui i miei amici mi additano qualcuno sottolineando “He is the most famous kosovarian in … ”), imparando a distinguere quello che è tipico kosovaro da quello che non lo è, e i posti frequentati dai contadini da quelli per la gente della città, soffermandosi ad ascoltare chi ti parla con tanta precisione delle origini della propria terra, della propria cultura e rivolgendo domande sulla mia a cui, ahimè, non so quasi mai rispondere.

Peja/Pec ai miei occhi appare veramente come una piccola realtà in cui la più grande risorsa è costituita dai ragazzi che riescono ad animare una città che offre veramente poche occasioni di divertimento e di stimolo … mi accorgo seguendo questo ragionamento quanto Peja/Pec offre quello che ogni piccola e chiusa realtà porge ai suoi abitanti, ossia l’occasione di essere qualcuno all’interno di un piccolo microcosmo in cui ognuno ha un ruolo ben definito dallo sguardo della società di cui è elemento fondante, e infine dando la sensazione di offrire molto più di quanto toglie. “Il senso di comunità che si respira in Kosovo ha l’aspetto positivo del soccorso e del sostegno, ma forse l’aspetto negativo che l’individuo da solo è appiattito. Alessandra (ex-coordinatrice in loco di origini sarde del Tavolo Trentino con il Kossovo, l’associazione presso cui sono servizio civilista) lo ha notato confrontandosi con le persone, e scoprendo che spesso le relazioni sono create più a partire da un noi che da un io: le relazioni che una persona ha sono giocate sulla base di legami comunitari”.

Da questa angolatura Peja/Pec non è più una realtà tipicamente kosovara ma sembra di tanto in tanto riprodurre il paradigma universale della “gabbia d’oro” in cui rinchiudersi per scappare dalla complessità di quello che ci circonda e in cui potersi convincere di non poter essere e fare altro da quello che – con sempre meno voglia – viene fatto giorno per giorno, fino a dimenticarsi di poter scegliere … e qui, come spesso accade, c’è un gran bisogno che la gente non si rinchiuda nei bar per annacquare con numerose birre Peja la faticosa ricostruzione in atto, in cui è importante che emergano anche gli individui con le loro peculiari caratteristiche!

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