Pace e Convivenza

PACE E CONVIVENZA

di Maddalena Alberti

Di ritorno in Italia per le vacanze pasquali e per una breve formazione a Trento, mi sono ritrovata giovedì scorso in Val di Non, per l’esattezza a Fondo, tra i meleti in fiore, a parlare di Pace e Convivenza, durante una giornata di lavori e approfondimenti organizzata per i giovani di “lassù”. I gruppi erano diversi, c’era chi lavorava sui nuovi media, chi sul futuro, chi sul disagio giovanile, chi ancora sulle religioni e il loro significato e chi, come me, su Pace e Convivenza. I giovani sceglievano liberamente a quale gruppo aderire, e nel nostro gruppo, di giovani, ce n’erano soltanto 6.

Provocato da questa bassa presenza, il relatore, invece che dare a noi degli spunti, delle risposte sul tema dell’incontro, ha chiesto aiuto a noi, per trovare una spiegazione al vuoto giovanile di fronte alla parola “Pace”. Come è possibile che fino a 15-20 anni fa, di fronte a questa parola, umile vestito di un valore, di un dettame etico, di un obiettivo di vita si muovevano masse di persone, si mobilitavano centinaia di migliaia di studenti, si facevano le rivoluzioni mentre oggi, su un centinaio di ragazzi coinvolti, solo 6 si sentono attirati da questo argomento?

Ripenso ai miei genitori, che da giovani andavano a cantare nelle piazze per la liberazione dei popoli del sud America, per il loro diritto alla terra, e penso a tutti quei ragazzi che hanno preferito andare a sentir parlare dei nuovi media invece che di pace e convivenza. Penso all’epoca in cui i miei genitori erano giovani, nella quale non c’erano i mezzi di informazione che ci sono oggi, nella quale non c’erano i veloci mezzi di comunicazione di oggi, nella quale i mezzi tecnologici non avevano la potenza e non erano alla portata di tutti come lo sono oggi, e penso che nonostante tutto questo, i problemi dei popoli del Sud America o del Vietnam, erano vissuti come qualcosa che li provocava in prima persona, erano una sofferenza altrui che decidevano di guardare in faccia, e di farsi anche un po’ propria.

Penso a noi giovani di oggi, ai mezzi di informazione, di comunicazione e alle tecnologie che abbiamo a disposizione, penso alla possibilità che abbiamo oggi di guardare il mondo, tutto il mondo, di essere aggiornati sempre su quello che succede a migliaia di kilometri da noi, di poter facilmente viaggiare, low o high cost, doesn’t matter, perché….yes we can. Penso che noi giovani di oggi il mondo lo potremmo davvero abbracciare tutto, se solo lo volessimo.

Eppure, in fondo, quello che ci interessa, quello ci fa muovere, sono quelle cose che riguardano il nostro piccolo giardinetto, la nostra piccola corte, fatta di piccoli amici, piccole quotidianità, piccole fatiche, piccoli accadimenti. Mentre fuori c’è un mondo, IL mondo, che con le sue grandi fatiche, che con i suoi grandi accadimenti, che con le sue grandi sofferenze, aspetta solo che ci facciamo provocare, da lui.

Con questo non voglio sminuire la dimensione personale di ognuno di noi, che rimane carica di significato e pregna di vita, ma voglio provocare, e provocarmi, perché non si può non aver voglia di parlare di pace il giorno dopo in cui l’Italia è entrata in guerra.

Ma noi giovani, lo sappiamo che l’Italia è in guerra? Forse la nostra classe dirigente, fatta anche di coloro che andavano a manifestare negli anni passati per i diritti altrui, si è dimenticata di dircelo con onestà, e in fondo noi siamo anche figli loro.

Mi è capitato di rivedere delle immagini di Papa Giovanni Paolo II, e tra queste ho fissa in mente la sua figura bianca che da Piazza San Pietro, nel giorno della memoria, urla “Ai giovani, che non hanno conosciuto la guerra, dobbiamo ricordare che la guerra non è mai la soluzione!”, e a questo si sovrappongono le storie di vita di chi oggi incontro in Kosovo, con i segni che la guerra ha lasciato su di loro, sulle loro vite di oggi, e non solo di ieri; e infine penso alla difficoltà di noi giovani di questo 21esimo secolo a sentire nostro il mondo, a sentirsi cittadini del mondo non solo nella dimensione del viaggio, ma anche nella dimensione di responsabilità che abbiamo nei confronti del mondo stesso, in quanto suoi abitanti.

Mi guardo, stupida presuntuosa che vuole provocare gli altri, ma ferma davanti al pc, in questo primo maggio, e quindi chiudo. Chiudo e vado a far festa per i lavoratori, per tutti i lavori, di tutto il mondo, ricordandomi le parole con cui Don Ciotti ha voluto chiudere i lavori di quella giornata: “voi giovani, dovete prendervi l’impegno di usare la vostra libertà per liberare chi libero non è”.

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One Response to Pace e Convivenza

  1. VENDER MARCO says:

    ciao!!!
    sono marco un amico di Francesco…vostro collega a Prijedor!!! tra l’altro sono noneso e quel giorno ero di ritorno da uv viaggio formativo proprio in uno dei posti dove convivenza e pace fanno un pò di fatica a convivere:Israele e palestina!!!!
    CONDIVIDO tutto quello che hai scritto…ho 33 anni ma faccio fatica anch’io a sentirmi responsabile del mondo…penso che qualcosa tutti DEVONO FARE! Puo essere anche raccogliere un immondizia da un prato come manifestare in piazza!!!Ma qualcosa dobbiamo fare…
    Spero di incontrarti o nei Balcani o a TRento!!!
    Alla fine di giugno sarò a prijedor per la Fiera delle Associazioni…ci sarai????
    Ciao

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