Estate a “7 Shtatori”

ESTATE A “7 SHTATORI”

di Elena Pagni

Aspettavo con gioia questo momento, il momento dell’estate e il momento dei rientri di coloro che durante tutto l’anno lavorano all’estero ma tornano a casa, in Kosovo, per il periodo estivo: affollano le strade, sfoggiano macchinoni magari noleggiati alla frontiera per ostentare una ricchezza difficilmente raggiungibile all’estero e gravano sull’apporto regolare di energia elettrica che ti fa guardare con sospetto ogni surgelato!

Quello che invece non mi aspettavo era il moltiplicarsi lungo le strade dei bambini che chiedono l’elemosina. Questo fenomeno non può certo dirsi una novità durante tutto l’anno, ma non certo con questa portata e con questa insistenza, mi viene spiegato che è l’altra faccia del fenomeno delle cosiddette “migrazioni stagionali”.

Dal mio arrivo a Peja, quasi ogni caffè, ogni birra e ogni pasto vede la comparsa di almeno uno di questi bambini, occhi grandi e tristi e manina tesa, semi-chiusa a fare conca. La reazione delle persone accanto a me, i miei colleghi, mi stupisce il più delle volte: scattano con la mano alla tasca del pantalone e vi racimolano, tirandone fuori qualche “tima” (in albanese, spiccioli). Elbert commenta: “Questi sono i nostri bambini, i bambini del quartiere multietnico della nostra città, sono i bambini con cui facciamo animazione tutti i sabato mattina, li conosco, e tra di noi bisogna aiutarci”.

Mi vengono in mente le parole che Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006, scrive nel suo libro “Il banchiere dei poveri” in cui spiega come è nata l’esperienza della Grameen Bank in Bangladesh, una sorta di banca di prestito per i più poveri in uno dei paesi più poveri al mondo. Yunus dice: “Il problema della povertà è un problema che va risolto a livello istituzionale, creando nuove istituzioni in grado di capire che trattare i poveri come intoccabili e fuori casta non è soltanto immorale da un punto di vista umano, ma controproducente anche dal punto di vista economico”.

So che la situazione è più complessa e la presenza della comunità Rom fa sempre presagire che chiedere l’elemosina sia più una scelta che una reale necessità, pertanto decido di chiedere a chi in questo ambito ha più esperienza di me qui in Kosovo. Mi confronto con un’amica che da anni lavora in questo settore e di cui – riportando di seguito parte del colloquio avuto – non credo sia importante indicare il nome o l’organizzazione di appartenenza, poiché la sua storia si fa portavoce di molti altri vissuti sul campo e di molteplici punti di vista.

«A livello municipale, la responsabilità di occuparsi di casi sociali, implicitamente di povertà, è del dipartimento della salute (e di public welfare) da cui dipendono i cosiddetti “Centri per il Lavoro Sociale” dove assistenti, nella maggior parte dei casi donne, si occupano di queste problematiche. Entro certi criteri e limiti, la municipalità offre pensioni di assistenza sociale, assegnate dopo che i casi sono singolarmente rivisti da una commissione. In aggiunta, la municipalità finanzia una clinica mobile, composta da un medico e due infermiere, che raggiunge i villaggi e quartieri più disagiati, nella maggior parte abitati da minoranze.

Purtroppo la disinformazione sull’esistenza di questo tipo di servizi è tanta e si riscontra tra le minoranze, soprattutto tra le comunità Roma, Egyptian e Ashkali. Tuttavia, nessuno qui rifiuta i servizi di cui è a conoscenza o ha problemi a chiedere o ad andare anche dalle cariche più alte come il vice-sindaco per le minoranze. Non direi che i “poveri” preferiscono chiedere l’elemosina o che ne fanno una scelta di vita. In generale, la povertà che si riscontra in Kosovo è raramente di tipo estremo e in generale si pensa sia dovuta innanzitutto alla scarsità delle opportunità lavorative, specialmente per i giovani, o ai salari bassi.

Il mio primo impatto con la povertà risale al dicembre 2008 nella parte alta del quartiere 7Shtatori/7Septembar a Pejë/Peć: aveva nevicato da poco e faceva piuttosto freddo. Per la prima volta dal mio arrivo in Kosovo, mi trovavo in un quartiere abitato prevalentemente da Roma ed Egyptian. Le case erano e sono baracche, le strade di fango o polvere a seconda della stagione, per lunghi periodi durante l’anno manca l’acqua e cosa peggiore manca del tutto il sistema fognario. Il primo ricordo è l’enorme numero di bambini e il secondo è sicuramente il forte senso di impotenza e di inadeguatezza alla domanda “E adesso cosa faccio?”.

Se devo riferirmi ai parametri e alle statistiche la situazione è nettamente migliorata dal 1999 e poi dal 2005. Quello che le statistiche tacciono è l’accrescere della forbice, il divario tra ricchezza e povertà con la conseguente scomparsa della classe media. Il fenomeno, presente in tutto il mondo occidentale, suona come un pugno nell’occhio qui dove, accanto a chi non ha documenti d’identità e non sa come richiederli, passa qualcuno con un fuoristrada Hummer di ultima generazione che sputa musica rap, chiaramente di stampo americano. La povertà inoltre si evolve anche in un sistema scolastico poco efficiente in cui si insegna una storia quasi del tutto riscritta e quasi esclusivamente in lingua albanese.»

L’impegno mio e della mia associazione questa estate sarà quello di restituire a questi bambini un po’ della spensieratezza che ognuno di loro si merita a questa età tramite il gioco, l’importanza del quale è ricordata anche dall’articolo 31 della Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, pur essendo consapevoli di non poter riparare a quello che accade all’immaginifico di un bambino, annichilito giorno dopo giorno da una monetina appoggiata nel centro del palmo.

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One Response to Estate a “7 Shtatori”

  1. Veronica says:

    Bell’articolo Elena! Deve essere davvero duro e soprattutto difficile mantenere un distacco di fronte a certe situazioni quando poi sono bambini, certo a volte mandano avanti proprio i bambini per inculcare in noi certe sensazioni ancor più forti! 😦

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