Shaci

SHACI

 di Maddalena Alberti

 

Scrivo dalla sala del mio appartamento in Kosovo, da dove posso ammirare la terza serie di fuochi d’artificio che anche questa sera illuminano il cielo di Peja. Tre serie di fuochi = Tre matrimoni = Tre famiglie di shaci che sono tornati nel loro paese di origine per “sistemare le cose”.

“Shaci” è il termine che qui connota coloro che anni fa sono partiti alla volta dell’estero, e che come ogni estate tornano ad affollare le loro città di nascita. In estate si torna da dove si è partiti, si torna per rivedere le famiglie, gli amici, si torna per sposarsi, si torna per scegliere la propria futura sposa o il futuro sposo, si torna per farsi circoncidere, o per partecipare alla circoncisione di un piccolo nipote o di un cuginetto coetaneo. In estate si torna, e ci si sente più forti.

Per me, che ho lavorato per due anni in una cooperativa che si occupava di accoglienza dei migranti in Italia e di sostegno all’esercizio dei loro diritti (e doveri), è meravigliosamente strano e sorprendente vedere questo movimento di persone, di quelle stesse persone che io incontravo durante la loro “parte debole” di vita, e che oggi vedo finalmente nella loro veste forte.

Ripenso a tanti degli uomini e donne che in passato ho incontrato con il mio lavoro, donne e uomini stanchi, spesso arrabbiati e frustrati da una situazione economica precaria e da una vita che non era come quella che si immaginavano quando quel giorno sono partiti, con in tasca i risparmi dell’intera famiglia pronti per aprire un qualche business in quella che è ancora vista come “la terra promessa”, o quando hanno raggiunto il marito che quando era fidanzato mandava fotografie da Venezia, mentre in realtà vive nella depressa Lumezzane, tra fabbriche e case popolari. Ripenso a loro, e li rivedo qui, nel loro ruolo di shaci, di ritornati, di “nuovi ricchi”… o di cosiddetti “nuovi ricchi”, perché poi, in molti casi, non lo sono. È risaputo che una sostanziosa parte dell’economia kosovara, come di altri molti paesi, è sostenuta dalle rimesse monetarie di coloro che sono migrati all’estero, ed è risaputo di come questi vivano vite spesso molto faticose e fatte di risparmi e di scelte difficili, proprio per mandare i soldi alle famiglie che sono rimaste nel paese di partenza e che, per abitudine, li vedono e vedranno sempre come quelli “che hanno fatto i soldi”, e dai quali quindi ci si deve sempre aspettare qualcosa in arrivo, che siano soldi, regali, o altro.

Ricordo di migranti conosciuti in Italia che lavoravano come muratori di giorno e camerieri in pizzeria la sera, che aspettavano di tornare in Kosovo a trovare la famiglia perché volevano/dovevano raccogliere un sufficiente ammontare di soldi che gli permettesse di sfoggiare abiti nuovi, oggetti nuovi, e soprattutto che gli permettesse di offrire grandi cene e pranzi a tutta la famiglia allargata. Ho sempre discusso con loro della correttezza o meno che aveva questo comportamento secondo il quale la realtà quotidiana in Italia non veniva raccontata, in cui le fatiche e le frustrazioni venivano taciute e gli affetti venivano fatti attendere solo per poter sfoggiare un’opulenza fittizia. Sono questi i racconti che poi continuano a sollecitare migliaia di persone ad imbarcarsi nei tanto conosciuti “viaggi della speranza”, quei viaggi che talvolta ammazzano anche, e che in ogni caso affossano spesso sogni, quei sogni solleticati da racconti falsati, di chi è “al di là” dall’Adriatico, e non riesce a dire la verità, perché è una verità che costa e perché in quel pacchetto di soldi iniziale c’erano i risparmi e le aspettative di molte persone.

LE lingue si intrecciano, e allora non è più solo l’albanese che si sente per le strade, ma questo talvolta si trasforma tra una parola e l’altra e diventa tedesco, oppure inglese, oppure italiano, e la lingua con cui dire le cose in modo chiaro, non è più quella di partenza, ma diventa quella di arrivo.

Guardo questi shaci, e se da una parte vorrei che raccontassero un po’ delle loro fatiche perché vengano valorizzate, dall’altra sono felice di vederli qui, tra i loro cari, forti e orgogliosi di poter dire “Sono tornato”.

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