Rock’n’Roll

In questi giorni a Prishtina il teatro sembra essere in grande movimento, l’agenda degli spettacoli è fittissima, e bisognerebbe avere molto tempo libero per poter presenziare a tutto quello che c’è in programma. Ma quando il tempo libero manca, si sceglie, e ci si illude anche di essere in grado di scegliere uno spettacolo solo tramite il titolo. “Rock ‘n’ roll” non poteva che essere un titolo accattivante, e anche ingannevole per certi versi…perché la mia convinzione di essere lì per vedere un musical in cui le canzoni sarebbero state il cuore, è stata completamente disillusa..

Rock ‘n’ roll è un’opera di Dino Mustafic, un regista bosniaco che ha deciso di mettere in scena gli anni ’60-‘70 e ’80 di Cambridge e Praga, ricordando l’una per gli hippie e l’altra per la repressione comunista, attraverso storie che si intrecciano tra loro, e che hanno come sfondo comune, a mio parere, il decadimento di entrambe le società.

Se infatti gli hippie si rovinano attraverso un utilizzo smoderato del sesso e della droga trasportati da una musica che li accompagna in ogni istante della loro vita e di cui si ostenta il significato più profondo di grido alla libertà e alla giustizia, le vittime del sistema comunista a Praga si nascondono per poter ascoltare quella stessa musica, considerata illegale e pericolosa, in un’atmosfera soffocata dai continui controlli e dalle repressioni.

Né la troppa libertà, né la troppa repressione, insomma, sembrano appagare gli uomini.

E il Kosovo, in tutto questo, dove sta? Il Kosovo in tutto questo trova spazio nei racconti di stralci di vita personale degli attori, che si inseriscono nella narrazione delle storie europee come fulmini a ciel sereno. Racconti per lo più di guerra, di case bruciate, di deportazioni, di comunità albanesi discriminate in Macedonia, di repressione serba, di persone disperse. Per questi racconti non c’è né spazio né tempo, lo schermo alle spalle degli attori, solitamente messaggero di una locazione geografica e temporale degli eventi messi in scena, si ammutolisce e viene oscurato, lasciando la scena completa alla parola, a quella parola che racconta fatti che toccano le sensibilità dei presenti in sala, visibilmente colpiti da ricordi che, in fondo, sono anche i loro.

Il Kosovo in tutto questo si inserisce con la sua storia che da intima diventa anche comune, che da personale viene resa comunitaria, con una grande forza, con la forza di una storia che vuole rivendicare il suo posto nella memoria delle storie europee, e che come rimando alla decadenza sceglie, ancora una volta, la guerra. Questa guerra di cui non si può non parlare, in fondo. Di cui non si vuole smettere di parlare, in fondo.

Il Kosovo in tutto questo è diventato la chiusura dello spettacolo. Non più Praga, non più Cambridge, non più schermo nero. Solo Prishtina, scritta in grande, e una band rock, una delle più famose del Kosovo oggi, che lancia l’ultimo grido conclusivo, l’ultimo incisivo grido dello spettacolo, che suona più o meno così….YOU DON’T WANNA FUCK WITH ALBANIANS, YOU DON’T WANNA FUCK WITH US, OR WE’LL FUCK YOU. Lo schermo invaso da una bandiera albanese, per la Prishtina di oggi: cerco tra le righe di intravedere anche la bandiera del Kosovo, ma pare che quella non ci sia.

Sul palco ci sono Inghilterra, Repubblica Ceca, Kosovo, come dire che sul palco ci sono l’eccesso di libertà, la mancanza di libertà e la tensione alla libertà. Ma quale è la libertà a cui il Kosovo deve tendere, sembra essere la domanda sottostante lo spettacolo.

La risposta sembra stare nel mezzo delle due realtà in scena, perché il Kosovo non si può accontentare di cercare la libertà, ma la deve anche attentamente educare, senza levarle quel sapore rock, che solo la libertà sa avere.

Quando sul palco non c’è più nulla, e lo spettacolo è finito, la gente torna a casa, e io esco dal teatro: nel freddo pungente della sera inizio a pensare che quei racconti di guerra parlano di una guerra che un intero stato ha vissuto, e che Prishtina in fondo è la capitale di un intero stato, ma che per quell’intero stato, con tutta la sua popolazione composta anche da molte minoranze, non c’era posto in quel teatro. Si parla di kosovari, o si parla di albanesi? Si parla di Kosovo, o si parla di Albania? Una domanda non si acquieta in me: ma in tutto questo, il posto riservato al Kosovo, era davvero per il Kosovo o era per l’Albania? Esiste nella percezione dei kosovari un’identità kosovara? La guerra del Kosovo è del Kosovo, o è degli albanesi? Esisterà mai un racconto che riesca a comprendere i drammi di tutti coloro che hanno subito la guerra o anche il racconto, come la pulizia, rimarrà per sempre etnico? Non riesco a rispondermi, ma se penso alla bandiera del Kosovo, mi rendo conto che non era quella che campeggiava nel teatro, il rosso-Albania copriva la scena, e la canzone che canticchio uscendo mi vuole forse dare una risposta….don’t fuck with albanian….don t fuck with us….the albanian….

Per un assaggio dello spettacolo vedi http://www.youtube.com/watch?v=tig_C7Q9EiA

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: