Verità: questa nostra sconosciuta

VERITA’: QUESTA NOSTRA SCONOSCIUTA!

di Elena Pagni

Altro volo, altre conoscenze, altre versioni della stessa realtà.

Stavolta il malcapitato è un funzionario che lavora in Kosovo da quattro anni per una delle più importanti missioni in corso e che probabilmente spera in un viaggio di ritorno a Prishtina senza grattacapi. Non è così. Per quanto nessuno di noi due abbia l’iniziale intenzione di discorrere a lungo, al di là delle solite domande di rito che ogni internazionale si scambia: “ Di dove sei? Dove lavori e con chi?”, la discussione si fa subito accesa.

Nell’ora e mezzo a seguire lui parla quasi ininterrottamente, facendosi provocare dalle mie osservazioni, e forse – ai suoi occhi – dalla mia ingenuità, e io continuo a scuotere il capo in segno di dissenso.

Sono arrivata in Kosovo dopo un’intensa formazione sulla storia dei Balcani e sulla particolare attenzione da prestare alla storia travagliata e sofferta delle persone kosovare fino alla dichiarazione di Indipendenza del Febbraio 2008, che ha finalmente costituito lo spartiacque nella storia dell’appartenenza del Kosovo e delle continue vessazioni dei serbi sugli albanesi e viceversa.

Sono arrivata in questo Paese con l’idea di contribuire, anche se minimamente, alla causa assai complessa della costruzione di uno Stato, passando prima attraverso la ricomposizione di un conflitto indecifrabile, ma tristemente “famoso”, quello tra serbi e albanesi appunto.

L’immagine del Kosovo che il mio compagno di viaggio sta disegnando sembra però tutt’altra.

Innanzitutto interpreta l’indipendenza del Kosovo esclusivamente alla luce degli interessi che la Comunità Internazionale ha riposto nell’area balcanica, perché – a dodici anni dalla fine della guerra e a tre dalla dichiarazione di Indipendenza – niente sembra proporre altra spiegazione alla scelta dell’Indipendenza: non i pochi progressi nella costruzione di una democrazia, né le numerose manifestazioni per celebrare l’identità kosovara, che sembra appoggiarsi troppo a quella albanese per potersi dire autentica.

“Il fiume di aiuti umanitari, riversato sul Kosovo all’indomani dei bombardamenti, è servito a gonfiare le tasche di operatori internazionali, che non hanno certo contribuito alla creazione di un senso di autonomia e di autosufficienza nel neo-nato Stato, e di profittatori locali, che hanno concorso nel tempo alla strumentalizzazione del conflitto serbo-albanese. Nessuno di questi aiuti è riuscito a rilanciare le attività economiche presenti in epoca jugoslava. Ed è ben chiaro osservando gli edifici abbandonati nelle periferie delle principali città kosovare. Nella città di Peja ad esempio le uniche attività industriali rimaste sono quelle della birra, dell’acqua e del latte e suoi derivati. A questo va aggiunto che l’apertura e la chiusura di qualsiasi attività produttiva – dalla lavorazione della terra all’apertura di nuovi spacci- è attualmente regolamentata quasi per intero dalla mafia locale.

Nessuna missione – KFOR, UNMIK e EULEX – ha impedito che il Kosovo sia oggi dilaniato dalla corruzione e che, nonostante la collaborazione dei funzionari EULEX con la polizia e i magistrati locali, nessun dato statistico affidabile sia reso noto sulla presenza di droghe leggere e pesanti importate dagli Stati limitrofi e sul livello di legalità del Paese.

Infine anche per quanto riguarda l’aspetto che da solo giustificherebbe prima la presenza di militari e poi di operatori internazionali ancora sul territorio, ossia l’aspra conflittualità tra serbi e albanesi, è di fatto ad oggi argomento ormai superato nei fatti ma strumentalizzato al fine di nascondere e non affrontare le reali problematiche, soprattutto di carattere economico, che affliggono le sei etnie: albanesi, serbi, ma soprattutto ashkali, rom, egiziani, gorani, bosgnacchi.”

Insomma la versione del mio amico è che forse in Kosovo si stava meglio una volta: i discriminati sono diventati i discriminatori e sarebbe stata meglio un’autonomia adeguatamente gestita al posto di un’inesistente indipendenza. Non so quale sia effettivamente la realtà e ancora una volta ho solo più confusione, anche se non riesco ancora a credere che la possibilità per il 90% della popolazione di non vivere più nel silenzio e nella paura non possa essere considerato un passo significativo!

Ultimamente è una lotta parlare di questo Stato, di cui talvolta per certi aspetti ho la pretesa di farmi portavoce, senza essere smentita da una valanga di osservazioni puntuali al riguardo…Mi arrendo e aspetto che succeda quello che tutti mi ripetono: “capirai il Kosovo solo quando te ne allontanerai”!

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