Gli sguardi di Čirkin Polje – di S. Passerini

GLI SGUARDI DI ČIRKIN POLJE

 

 

Entriamo ed un odore acido e forte di disinfettante ci assale. L’accoglienza è garbata e professionale. Belle signore, curate e truccate in camice bianco fanno gli onori di casa offrendoci, come capita sempre qui, qualcosa da bere.

Da dietro ai camici si allunga bruscamente un braccio, poi il viso, gli occhi e il sorriso di un ragazzo che stringe la mano ad ognuno di noi, salutandoci. Mi vien da pensare in quel momento che questa sia l’accoglienza più apprezzata: probabilmente non “candida”, “pulita” e “sterile” come la prima, ma forse più vera nella sua schiettezza. Rispondo titubante al saluto, tentando di celare il disagio e l’inadeguatezza di “quella che non sa come comportarsi”.

Čirkin Polje è un istituto maschile per bambini e uomini, che qui rimane il centro dell’assistenza psichiatrica, simile ai nostri vecchi manicomi. Pronunciare la parola “manicomio” evoca immediatamente la malattia mentale, la pericolosità per sé e gli altri, le risposte che la medicina e la società le hanno riservato fino a tempi a noi molto vicini. Per noi italiani, il manicomio è entrato a far parte delle storie locali, dell’immaginario collettivo. Esso ha rappresentato, fino alla riforma Basaglia, la risposta asilare al disagio mentale, il luogo della segregazione e della negazione dei diritti e della libertà, della sofferenza e della alienazione senza ritorno. E forse lo rappresenta tuttora visto che ci sono ancora uomini e donne internati nei sei manicomi giudiziari ancora aperti in Italia.

L’istituto è diviso in diversi reparti. L’assistente in bianco gira la chiave e ci apre la prima porta. L’odore si fa ancora più forte e percorriamo un lungo corridoio dal quale si aprono diverse stanze. Ragazzi e uomini ci vengono incontro, con in mano qualcosa da mangiare. È l’ora della merenda probabilmente. Continuiamo lungo il corridoio e abbiamo l’impressione che molte porte rimangano chiuse per nasconderci situazioni che “non è bello vedere”, e che ci sia presentata, invece, la faccia meno triste e avvilente del centro.

Tutto intorno all’edificio vi è un giardino diviso a metà da una recinzione tra quello per i bambini e quello per gli adulti. Dal giardino si apre un’altra porta: è quella del reparto dei più piccoli. Troviamo bambini dai 3 anni e ragazzi fino ai 18. Una volta compiuta la maggiore età, ci si sposta di quattro passi, nell’ala riservata agli adulti.

Il reparto conta bambini e ragazzi con le più svariate problematiche e disabilità. Dalla sindrome di down alla distrofia muscolare, dall’autismo al disturbo mentale. Sono molti i bambini orfani della guerra che vennero portati qui ed ora sono ancora rinchiusi, e sono ormai adolescenti o maggiorenni. Alcuni hanno ancora una famiglia, molti non più.

Mi si dice che c’è ancora un grosso stigma sulla disabilità mentale e fisica. La vergogna della malattia da una parte e l’ “abitudine storica”, se così si può chiamare, al regime che tendeva a portare via i disabili alle famiglie per metterli in istituti, hanno portato alla conseguente tendenza a nascondere a casa o altrove il malato. Non c’è molta scelta al di fuori del ricovero.

Ci dicono che l’istituto raccoglie bambini, ragazzi e uomini da tutta la Republika Srpska; qualcuno proveniva anche dalla Federazione ma è stato rispedito a “casa”, a fronte di mancati pagamenti del governo della Federazione nei confronti di quello della Republika. Un esempio, probabilmente, della mancanza di cooperazione e comunicazione, sintomatica della complessità amministrativa ed istituzionale del post Dayton.

Le attività ricreative sono per il momento sospese: i lavori di ristrutturazione di un’ala dell’istituto non permettono di portare avanti l’orto, proprio dietro all’edificio. L’impressione è che non ci siano molte altre attività sostitutive, poca è la possibilità di lavorare e scarsa quella di uscire.

Sembra che la situazione in Bosnia sia più o meno quella dell’Italia negli anni Settanta. Mi chiedo se sia aperto un dibattito sull’intraprendere la via di un’ assistenza psichiatrica, fuori dall’ospedale, con servizi territoriali, con attività riabilitative, didattiche, ricreative previste per i ragazzi. Non lo so, ma probabilmente i problemi che ostacolerebbero una riflessione in questo senso potrebbero essere da riscontrarsi, da una parte, negli alti costi della riforma, dall’altra, nella paura di cambiare.

Sento addosso lo sguardo di qualcuno. È un uomo, non più giovane, dal viso arrossato e i lineamenti grossolani, ma non guarda me. Ha gli occhi fissi su Francesco e, probabilmente non apprezzandone la barba incolta, simula l’azione di radersi.

Lasciamo l’istituto con un sorriso. Il nostro sguardo si è posato su un luogo precluso ai più. Ce ne andiamo accompagnati dagli sguardi di Čirkin Polje.

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