FRA FIUME, CASE E GENTI

I fine settimana capita spesso di trovarsi intenzionalmente o meno ad esplorare Prijedor ed i suoi dintorni. Mi piace il fiume, mi mette in uno stato di tranquillità. Ma sono le case, i quartieri, che attirano la mia attenzione curiosa. Il giorno in cui capirò chi vive dove e perchè sarà il giorno in cui una parte molto significativa del puzzle Prijedor-bosniaco avrà preso forma. Cercherò qui di fare ordine negli input accumulati in questo primo mese abbondante di vita a queste latitudini. Premetto che non ho la pretesa di riuscire a spiegare cose ben più grandi e complesse rispetto alle mie attuali capacità. Sono consapevole di essere ancora “alle prime armi”; cionostante trovo che sia un buon esercizio d’ordine per me e spero un “qualcosa” di interessante per chi legge.

La questione della casa è stata, e tuttora è, fondamentale a Prijedor. Un comune che nel 1991 contava più di 100.000 persone. Alla fine del conflitto a metà anni ’90 approssimativamente 50.000 persone di nazionalità bosgnacca (i.e. musulmani) e croata erano state espulse mentre più o meno 35.000 di nazionalità serba erano arrivate profughe dalla Krajna e da altre zone di confine. Con la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 è cominciato il processo di ritorno: una stima di 25.000 persone, principalmente bosgnacchi, ritornati a Prijedor. Gran parte delle abitazioni possedute dalla compomente musulmana furono distrutte, altre occupate da chi arrivava profugo. Un pressione fortissima sulla questione abitativa quindi, soprattutto negli anni del processo di ritorno: persone che ritornavano a casa ma casa non c’era più o era occupata da chi, reso profugo in altri luoghi, era arrivato.

Capita quindi di trovarsi a Ljubjia, un posto tanto splendido quanto marginale nelle priorità dell’amministrazione. Cado spesso nel paradosso della comparazione e allora non posso non pensare che un luogo cosi in Trentino sarebbe un luogo di villeggiatura per famiglie e anziani. Lunghe camminate, boschi, aria buona e tanta tranquillità. È un paese costruito intorno al lavoro che dava la miniera di ferro a monte del paese e lo fabbriche costruite lungo la valle. Ora, da parecchi anni ormai, rimangono solo i boschi a dar lavoro alle persone, un lavoro occasionale. C’è Ljubjia bassa, musulmana, in parte case vecchie e in parte ricostruite nuove. Comunque sia, semivuota. E c’è Ljubjia alta, un importante passato industriale che si nota in tante costruzioni, tutte uguali, costruite per dare una casa ai lavoratori della miniera. E nell’ex albergo, ora chiuso e decadente cosi come il centro sociale. Si nota nelle tante insegne spente e impolverate di negozi che non ci son più. A Ljubjia ora vive principalmente chi ha poco (o nulla) e chi, profugo o ritornato, non ha ancora definito la questione della casa. Ljubjia era centro di accoglienza per i profughi: ad oggi c’è ancora un centro, principalmente per persone anziane, con annesso un spazio ricreativo. Prima ce n’era uno più grande, di fronte alla scuola elementare. Ora è stato chiuso, in parte perchè andavano risolvendosi le questioni abitative e in parte perchè era di fronte alla scuola.

Anche vicino a Prijedor città ci sono alloggi per chi ancora, a distanza di parecchi anni, non ha definito la questione casa. Sono denominati ufficialmente “alloggi alternativi” e informalmente “case canadesi”, a quanto ho capito perchè costruite con il supporto della cooperazione canadese. Sono al di la del fiume. Non ne so molto.

Poi ci sono le circoscrioni della collina, fra Prijedor città e Ljubjia. Zone principalmente musulmane come anche Kozarac e il vecchi centro storico della città. Ci vive apparentemente poca gente. Molte persone che hanno trovato accoglienza all’estero durante i primi anni ’90, lì hanno trovato lavoro e spesso una nuova vita. Soprattutto le generazioni giovani non sono ritornate a vivere stabilmente in queste zone. Gli anziani sì, sono tornati. Le case sono in gran parte ricostruite, nuove, e chiuse. Capisco dalle conversazioni intorno a me che per i mesi estivi molte persone tornano, in vacanza nel loro paese.

L’ultima zona che ho conosciuto, in ordine di tempo, è l’“Aerodromsko Naselje”, il quartiere dell’aeroporto, ai margini nord di Prijedor. Anche questo quartiere nasce a causa della pressione sociale/abitativa di fine anni ’90. Non c’è toponomastica, le vie non hanno nome né numero. Erano terreni agricoli fino alla fine degli anni ’90, poi diventati disponibilità di quelle famiglie, principalmente serbe, arrivate profughe o che non possedevano una casa di proprietà prima del conflitto. Li hanno potuto costruire. Ed è nato un quartiere di casette, alcune ancora in mattoni a vista perchè “prima si fa bella dentro, poi eventualmente fuori”. Altre sono belle e finite. Altre ancora non sono mai state costruite, c’è solo la piattaforma di cemento di 30/40 centimetri di altezza che mi dicono costi di più di muri, tetto e tutto il resto.

Questa delle piattaforme è un’altra storia, che attraversa tutte le nazionalità presenti in questa città dalle dinamiche complesse. È una storia che ho sentito tempo fa, poco dopo essere arrivato, di sfuggita in una conversazione che ahimé ho parzialmente rimosso. È complesso gestire tutte queste informazioni nuove, a volte la confusione in testa è troppa. E allora è tempo di ritornare al fiume, dove c’è tranquillità e tutti i pensieri si disperdono.

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