DARE SPAZIO

 

Sono nella sala d’aspetto dell’Aereoporto di Prishtina, sto per imbarcarmi per il mio terzo volo verso casa, stavolta di una settimana: per la prima volta mi sto assaporando una strana sensazione, una sensazione di cui spesso ho sentito parlare, ma non credevo sarebbe toccata anche a me, la sensazione di partire per casa lasciandosene dietro un’altra, in questo momento esatto forse più reale!

Mi siedo impaziente di capire come mai nonostante manchino 30 minuti all’imbarco nella sala d’aspetto ci siamo solo io e un militare…sorrido, mi ricordo che i kosovari sono famosi per arrivare al check-in a ridosso della partenza! Ne ho appena (toglierei “appena”) un palese esempio davanti agli occhi! Quasi mi leggesse nel pensiero il militare seduto a poca distanza da me ironizza ad alta voce sull’argomento…sorrido e ci mettiamo a parlare! È visibilmente sorpreso di vedermi lì da sola e ancor di più quando gli dico che sono lì da ottobre e ci rimarrò fino ad agosto. La domanda che immediatamente mi pone e che mi sorprende è: “E non hai paura?”.

C’è qualcosa che non mi torna in quella domanda, non me l’aspettavo! Certo, molte volte ultimamente amici dall’Italia mi pongono questa domanda, spesso non sapendo che la guerra è finita da 10 anni, ma che a farmela sia un militare che lavora in Kossovo da 4 mesi. ”E di che cosa? A cosa ti riferisci?” replico nel tentativo di anticipare la risposta ripercorrendo tutti gli eventi più pericolosi degli ultimi mesi…ma non me ne vengono di tanto allarmanti! ”L’astio tra albanesi e serbi pronto ad esplodere in un contesto reso ancora più difficile da un’economia che non funziona…sono poveri e ancora parecchio segnati da quello che è successo. Come dargli torto, si sono massacrati fino a nemmeno l’altro giorno! E oggi li vedi, ancora annichiliti dalla violenza, se ne stanno in massa in mezzo alla strada a sorvegliare le strade invece di impugnare una vanga e cercare di ricavarci qualcosa da tutta quella terra incolta. Solo le donne lavorano in questo paese, solo le donne!”.

È da quando sono arrivata che cerco di interpretare e leggere il contesto circostante e ogni volta che penso di averne un’idea quasi chiara si aggiunge o se ne va un altro tassellino: ok, non sono d’accordo in partenza con le parole di un militare, ma mi ha appena fatto sorgere un quesito interessante. Non ho mai messo in discussione da quando sono arrivata che la guerra fosse finita e, non c’è dubbio, la guerra è finita, eppure quante volte l’ho incontrata?

Sabato pomeriggio, le attività con i bambini del quartiere rom sono finite da poco e io sono esausta. Non è il retaggio della settimana lavorativa, sono quelle ore di attività del sabato che mi fanno quest’effetto. La difficoltà linguistica che mi costringe al perenne tentativo di capire cosa sta succedendo intorno a me, attribuendo significati per lo più fantasiosi alle parole incomprensibili che accompagnano lo svolgersi delle attività. Sentire il desiderio dei bambini di quel momento per cui hanno atteso tutta la settimana e l’incertezza di offrire loro in poco più di un paio d’ore ciò che meritano. Inoltre sono un paio di settimane che con gli animatori cerchiamo di lavorare insieme a loro sui diritti, di cui sarebbero titolari secondo la Convenzione dei diritti del bambino promossa dall’UNICEF ma ancora non implementata in Kossovo, e anche stavolta i bambini sono andati fuori tema e gli animatori dopo un po’ si sono stancati. Sono seduta davanti al mio pesantissimo pranzo a base di burek e un po’ affranta condivido queste perplessità con un collega del posto, che ha partecipato con me alle attività. Ilir non è del mio avviso: tutti oggi, animatori e bambini, hanno lavorato tanto e bene! Un tanto e bene che deve tenere conto di dove siamo: i bambini con cui lavoriamo appartengono alle famiglie più povere della città, molti di loro durante la settimana non vanno a scuola o perché non intendono sopportare il peso della discriminazione o perché sono costretti a chiedere l’elemosina. Pochi di loro provengono da quello che si potrebbe definire un ambiente idoneo allo sviluppo di un bambino. E gli animatori? Gli animatori sono dei pionieri nel loro campo. Il percorso che stanno costruendo insieme ai loro ragazzi è fatto di stimoli e risposte, che non possono prescindere dall’ambiente da cui entrambi provengono, dalla povertà e dal rancore che le loro famiglie nutrono per un passato di dittatura e guerra. “Per molti anni non si è potuto pensare, ora, con i nostri tempi e modi, lo stiamo iniziando a fare!

17 febbraio 2011, Festa dell’indipendenza: sono a cena con un mio nuovo amico che lavora nel settore del turismo. È molto soddisfatto del suo lavoro, di quello che ogni giorno riescono a fare ormai da vari anni per promuovere il turismo nella bellissima valle adiacente alla città, la Val Rugova, ma adesso lo attende una nuova sfida: aprire le sue iniziative turistiche anche ai luoghi della parte serba. Sedersi, albanesi e serbi, davanti un tavolo a parlare di cosa ha significato per gli uni e per gli altri la guerra non serve più a niente, se mai è servito, bisogna puntare a risolvere un problema che adesso accomuna tutti indistintamente: salari troppo bassi. Questo, solo questo lavorare insieme ad uno scopo comune, può avvicinare le persone come tali e non come portatrici malate di differenze etniche! Le trattative con le istituzioni serbe saranno solo un primo passo nel tentativo, sempre più concreto, di riallacciare rapporti con quella parte.

Birra con gli amici: improvvisamente il discorso verte sulla guerra e uno di loro da una parte mi inizia a sussurrare la sua esperienza, mentre ripetutamente scuote la testa e ripete “fucking shit”! Abbiamo la stessa età, a quel tempo lui aveva 15 anni…

Viaggio di rito Prishtina-Peja/Pec: un‘interminabile distesa di villaggi distrutti che fiancheggiano la strada.

Viaggio a Kraljievo, Serbia: sul pullman siamo una squadra molto eterogenea, composta da 3 serbi, 4 albanesi e 2 italiane. I giorni del viaggio sono stati preceduti dall’attesa che dall’alto venga accordato l’assenso per il passaggio di cittadini kosovaro-albanesi in territorio serbo, permesso che alla fine è stato concesso, ma man mano che ci avviciniamo mi rendo conto che il momento del passaggio della frontiera è comunque atteso e anticipato da una tensione indecifrabile. Non è la burocrazia, ormai sistemata, che fa calare il tono delle voci in prossimità della frontiera ma l’avvicinarsi, mi immagino, ad un qualcosa che ha talmente tanti significati in una volta sola che non può che suscitare quel silenzio e quegli sguardi. La terra inaccessibile, la terra matrigna, la terra che non li riconosce, la terra che li minaccia, la terra che non hanno mai visto. Il pullman si ferma, spengo la musica, un poliziotto entra al posto del guidatore e con fare serio fa qualche domanda, la tensione è palpabile, poi esordisce “Che gruppo strano! Non sarete mica un circo?”. Una risata ristabilisce la normalità, che per un attimo ho sentito vacillare.

Ebbene sì, a volte la guerra ho incontrato nell’anima di questo Kossovo “ma non mi preoccupa, ho fiducia” perché sulle ferite che essa ha provocato vedo costruire l’oggi per il domani, nelle piccole cose, nei mille caffè insieme e negli spazi di cui i giovani si riappropriano riversandosi in massa e trascorrendo la maggior parte del tempo insieme, nel farsi compagnia, nel costruire società! Non so se lo stanno facendo nella maniera migliore, se potrebbero fare di più o più velocemente o se qualcosa di innato li rende superiori o inferiori al mio popolo, ma per il loro come per il mio vorrei smettere di fare tutta l’erba un fascio. Lavorare con lentezza e lavorare sulle ferite, prima che vengano dimenticate sotto le nuove strutture in costruzione, prima che tutto sia ricostruito e che non ci sia più memoria della guerra se non nel dolore dei singoli, ma a quel punto sarà più difficile. Incoraggiare ogni tipo di spinta in quella direzione, soprattutto se già in atto e se proposta da loro, mentre imparano a fare a meno del decennale e dilagante aiuto internazionale.

Mi ricordo un passo, tratto dalle Città Invisibili di Italo Calvino, che mi affascinava quando ero alle superiori: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

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