Sono tutti benvenuti nel New Schengen Year?

Dalla mezzanotte del 14 dicembre 2010 è stato abrogato il regime di visti verso l’area Schengen per i cittadini della Bosnia Erzegovina e dell’Albania. Questa liberalizzazione segue quella adottata a dicembre 2009 per Serbia, FYR Macedonia e Montenegro. Sulla base dell’incremento sostanziale di richieste di asilo e flussi migratori verso i paesi Ue nel 2010 da parte di cittadini provenienti dai paesi balcanici interessati dalla prima liberalizzazione, con la nuova abrogazione si prevede anche l’istituzione di un sistema di monitoraggio a livello europeo e la possibilità di revoca dell’apertura delle frontiere qualora si presentassero irregolarità e variazioni troppo significative dei flussi.

Cosa significa l’abolizione del regime di visti per la Bosnia Erzegovina? Politicamente è un passo avanti nel processo di avvicinamento all’Europa, un’Europa ancora lontana, vogliosa di allargarsi ulteriormente ma impaurita dai potenziali flussi migratori in una congiuntura globale sfavorevole. Politicamente un passo avanti perché l’Europa è il treno per lo sviluppo dei Balcani anche se spesso, ora, viene percepita come una minaccia, un freno allo sviluppo agricolo e industriale. Significa tanto per la maggior parte dei 4 milioni di bosniaci: molti hanno famiglia e amici all’estero, quel numero imprecisato di persone che lasciarono il paese durante il conflitto degli anni ’90 e non hanno fatto ritorno. Fino all’altro giorno molti di loro hanno avuto la possibilità di incontrarsi solo durante i ritorni degli espatriati in Bosnia per le vacanze estive. Da ora anche il viaggio dalla Bosnia all’estero sulla carta è possibile. Sulla carta.

La liberalizzazione è stata celebrata nella notte fra il 14 e il 15 dicembre nel centro di Sarajevo con un “New Schengen Year” party e il 16 è partito per Strasburgo un charter riservato a una sessantina fra politici, giornalisti e “cittadini meritevoli”, si legge su una fonte giornalistica. Un funzionario del Ministero dell’Interno, si legge su un altro sito, dice che su quel volo viaggeranno membri di organizzazioni giovanili della società civile.

Ricapitolando: 4 milioni di bosniaci hanno ora la possibilità di viaggiare in Europa per un massimo di 3 mesi portando con sé solo un passaporto elettronico. La liberalizzazione dei visti comporta una liberazione da un processo burocratico lungo, dispendioso, centralizzato su Sarajevo e per nulla certo di andare a buon fine per il richiedente il visto. L’emissione dei nuovi passaporti ha avuto un incremento nel periodo precedente la liberalizzazione: lo stesso è successo in Albania e nei paesi interessati dall’apertura delle frontiere a dicembre dell’anno scorso. Ma per i cittadini non inclusi nella categoria dei meritevoli, e per quei molti cittadini che non lavorano con l’estero tutto questo invece che significato ha? A quanto si capisce dagli umori della gente è un significato per lo più simbolico, o proiettato nel futuro. In un paese dove lo stipendio minimo (quindi medio) nel settore privato è inferiore ai 400 marchi convertibili – 200 euro – cosa può voler dire aver la possibilità di attraversare la frontiera? E per quei tanti che almeno quello stipendio minimo lo cercano piuttosto che lavorare saltuariamente? Per molti di loro, privati o precari, l’ambizione è il posto pubblico: stipendio minimo più ferie, straordinari e benefits vari. Per il posto pubblico serve il politico o la persona meritevole alle spalle. Gli stessi che organizzano i viaggi inaugurali in charter verso l’Europa per celebrare l’apertura a Schengen economicamente preclusa ai più.

In tutte queste persone c’è tanta rassegnazione quando si tocca l’argomento “futuro,” e poco ha a che vedere con la possibilità di attraversare i confini. Un degno futuro è poter lavorare nel proprio paese, guadagnare uno stipendio decente e doverlo fare senza “prostituirsi” al potente di turno. E con quello che si guadagna dal proprio lavoro eventualmente poter anche approfittare del nuovo regime di visti per vedere persone lontane e fare le vacanze all’estero.

Ci sono anche quelli che, come me e molti coetanei che ho incontrato negli anni girando un po’ per l’Europa e per il mondo, cercano fuori quello che non trovano nel proprio paese. Esperienze nuove e lavoro. Per loro l’eliminazione dei visti è una grossa opportunità, anche tenendo conto dei molteplici avvisi da parte delle autorità di non abusarne per cercare lavoro e chiedere asilo in Europa, pena la possibilità che venga abrogata l’apertura. È una fessura adesso oltrepassabile attraverso la quale per molti giovani ci sarà la possibilità di muoversi e conoscere, sia individualmente che attraverso scuole e università, e di portare indietro quanto raccolto in un processo di arricchimento che non può essere che positivo per un paese vissuto in una sorta di isolamento per gli ultimi 15 anni. Per loro, che forse celebrano il New Schengen Year con scetticismo e non si sentono così benvenuti, in prospettiva è un cambio radicale di mentalità.

 

 

 

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