Viaggiare leggendo: Balkan Express, di Slavenka Drakulić

Venezia – Zagabria sul treno notturno, ritorno a Prijedor dopo un mese abbondante a Trento. Apro “Balkan Express” di Slavenka Drakulić. Lo chiudo solo quando è finito, 130 pagine dopo, alle 4 del mattino. Ormai mancano pochi minuti a Zagabria.

 

Balkan Express

Titolo Originale: Balkan Express

di Slavenka Drakulić

a cura di Nicole Janigro

Einaudi Scuola – Milano, 1997 (I Edizione, Slavenka Drakulić e Il Saggiatore – Milano, 1993)

 

Poche pagine e mi rendo conto di aver di fronte una sorta di completamento di un capolavoro letto anni fa, Niente di nuovo sul fronte occidentale, di E. M. Remarque. Se Remarque narra in modo crudo e non nasconde nulla della quotidianità, sia oggettiva sia soggettiva, della I guerra mondiale al fronte, Slavenka Drakulić in Balkan Express ci racconta storie dalle retrovie delle guerre balcaniche degli anni ’90. Ci mostra “l’altra faccia della guerra”, quella che non viene raccontata dai media, dai bollettini di guerra, dalle manovre militari. Il fronte di Remarque nel libro della Drakulić è la vita quotidiana sua e di alcune persone a lei vicine.

Né un saggio né un reportage né un un diario, le storie di Balkan Express escono su vari periodici fin dall’inizio della guerra nel 1991. Fisicamente lontana dalla guerra combattuta, fra Zagabria, Vienna, Parigi e Lubiana, Slavenka Drakulić segue gli avvenimenti attraverso ciò che accade dentro di lei: sentirsi profuga, in quanto croata, a Lubiana; vedere e sentire i profughi a Vienna; notare come in Europa la guerra sia percepita lontana; trovarsi ad attraversare una frontiera prima inesistente con un passaporto (rosso) jugoslavo, ormai inutile. L’autrice non giudica mai quanto accade. Il suo è un percorso introspettivo, guarda dentro se stessa e annota i cambiamenti del suo io in relazione a ciò che sta accadendo. “Si arrabbia. Si stupisce. Si accorge di diventare partecipe. Forse addirittura complice” di quella guerra. Guardando le foto sui giornali si rende conto di essere stata mutilata anche lei. Si rende conto che tutti, anche quelli come lei che non partecipano ai combattimenti, ne escono mutilati, non (solo) nel fisico ma nel proprio essere persona.

La guerra non la ha lasciata scegliere cosa essere, le ha tolto la facoltà di definirsi come individuo. La guerra ha fatto si che una persona non fosse più un individuo caratterizzato dal suo lavoro, le sue idee, il suo carattere e la sua nazionalità. Le guerre balcaniche degli anni ’90 hanno reso la nazionalità l’unico criterio distintivo, nel bene e nel male. “[…] forse sarebbe moralmente ingiusto strapparsi di dosso la camicia della nazione che soffre. […] Prima che scoppiasse la guerra, forse in Croazia le persone avevano ancora la possibilità di diventare prima individui e cittadini e poi croati. Questi avvenimenti drammatici hanno tolto loro questa possibilità” (p.49). L’autrice soffre questa mutilazione della personalità ma non può fare a meno di riflettere sulla necessità di definirsi lei stessa, secondo questo criterio, croata. “Forse la Croazia è davvero diventata indipendente perchè milioni di cittadini hanno amato cosi tanto il loro paese da combattere per esso fin quasi alla morte” (p.55). L’autrice diventa partecipe, complice. Se ne rende conto e ce lo racconta in modo tanto crudo quanto emotivo.

 

Slavenka Drakulić nasce a Fiume nel 1949 e si laurea in Sociologia alla facoltà di Filosofia di Zagabria. Nel 1976 cominicia a collaborare con i principali giornali e riviste del Paese portando avanti al contempo la prodessione di insegnante. Negli anni ’80 è considerata una delle giornaliste più quotate della Jugoslavia. È tra le prime a introdurre nel discorso pubblico tematiche feminil-femministe, a parlare di educazione sessuale e dei cambiamenti di costume (I peccati mortali del femminismo, 1984 – raccolta di saggi e interventi pubblici). Nel 1987 pubblica il suo primo romanzo, Ologrammi della paura. Seguono, fra gli altri, Pelle di marmo, Come siamo sopravvissute al comunismo riuscendo persino a ridere, Il gusto dell’uomo, Caffè Europa.

Nei primi anni ’90 è emigrata dalla Croazia per ragioni politiche dopo essere stata accusata di scarso patriottismo dalle pagine di numerosi giornali. L’accusa principale era quella di non aver preso una posizione forte contro gli stupri come tattica militare delle forze serbe contro i non-serbi e di aver invece sostenuto una “teoria femminista” secondo la quale tali crimini erano commessi da “uomini non identificati” contro le donne.

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Zagabria – Prijedor, in macchina. Alle 6 e mezzo è già chiaro, l’alba si fa spazio fra l’immancabile cielo grigio del mattino. Uguale a quello che avevo lasciato un mese fa. Siamo nelle vicinanze di Novi Grad, al confine croato-bosniaco. Poco fa leggevo di come fosse assurdo per trovarsi a passare un confine prima inesistente, mostrando un passaporto rosso, jugolavo. Albeggia e file di ragazzini infreddoliti lungo la strada vanno a scuola. Camminano sul ciglio della strada, fra strada e ferrovia, fra macchine in movimento e treni merci fermi, arrugginiti come solo i treni merci sanno essere. E coperti di neve. E’ il primo giorno di scuola oggi, dopo le vacanze invernali.



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