Un Tassello in Più

UN TASSELLO IN PIU’

di Silvia Passerini

Sarajevo, Aprile 2011

Imporsi di uscire dalla propria città, Prijedor nel mio caso, dopo mesi di “imposta reclusione” è necessario. Necessario per mantenere sveglio l’occhio di osservatore esterno, che rischia di atrofizzarsi dalla sedentarietà, necessario per risvegliare gli animi e l’entusiasmo, necessario per cercare di capire, quanto meno un minimo, la complessità balcanica di cui tanto parliamo e sentiamo parlare.

Usciamo quindi e la scelta è obbligata ma più che mai condivisa: la scelta è Sarajevo.

Sono entusiasta. Non vedo l’ora di dare un’occhiata all’altra faccia della Bosnia, alla capitale di uno stato che tanti in Republika Srpska non vivono come tale. Mi è capitato di chiedere in giro tra i miei amici e conoscenti di Prijedor se sentissero Sarajevo come la propria capitale. La maggior parte di loro mi hanno risposto negativamente. Come biasimarli, la complessità religiosa, istituzionale, amministrativa, sociale, culturale rendono molto più “vicina”, non solo geograficamente parlando,  Banja Luka, capitale della Republika Srpska, prima grande città nelle vicinanze di Prijedor e a maggioranza serba.

Non vedo l’ora di visitare la città che ha dato i natali a personaggi illustri come Goran Bregović e  Emir Kusturica, la “Gerusalemme dell’Est”, l’avamposto musulmano nel cuore dell’Europa, la città dove oriente e occidente si incontrano, creando un mosaico dalle mille sfumature.

Accompagniamo un gruppo di ragazzi trentini, 18enni ad un passo dalla maturità, in viaggio d’istruzione e di scambio in Bosnia. Li seguiamo da un po’ di giorni a Prijedor e abbiamo forse un po’ imparato a conoscerci. Nel nostro progetto di Servizio Civile rientra anche quello di aiutare la creazione di scambi e relazioni tra scuole trentine e balcaniche. Ci lavoriamo da mesi e questo ne è il primo risultato.

Accanto alla, pur nella sua piccolezza, soddisfazione di essere riusciti a “concludere qualcosa” dal punto di vista professionale, è più che mai piacevole rivivere indirettamente, attraverso gli occhi di alcuni di loro, i miei ultimi anni di liceo, i viaggi d’istruzione (mai interessanti come questo) da me vissuti in quegli anni. Niente di paternalistico (non sono passati poi così tanti anni), solo una piacevole sensazione di ricordo delle notti in bianco e delle difficili mattinate causate da qualche brindisi in più, delle infatuazioni, delle dormite sull’autobus, della timidezza e della sfrontatezza, delle domande rivelatrici nella loro ingenuità…

Scopriamo a poco a poco la città, raccontataci da Dina ed Eugenio, l’una sarajevese e profonda conoscitrice ed amante di Sarajevo, l’altro giovane milanese trapiantato in Bosnia. Entrambi ci raccontano la “loro Sarajevo”, ci guidano e ci regalano chicche sulla città, sulle tipicità, sulle zone e locali caratteristici. Ebbene, mi pare sempre di più, lontana anni luce da Prijedor. Sicuramente più turistica (ma non troppo) e, di certo, più carica e ricca di stimoli culturali e non solo al suo interno.

Camminare per Sarajevo significa per molti ripercorrere le fasi della guerra nei Balcani, l’assedio più lungo nella storia bellica moderna, durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Più di 12.000 vittime, 50.000 feriti, l’85% dei quali furono civili.

Sicuramente le cose da allora sono molto cambiate: la corsa alla ricostruzione dopo una guerra è ben visibile anche qui: quello che resta sono i segni indelebili della follia, fori di proiettile ancora visibili sulle case e sulle strade le “Rose di Sarajevo”, buchi procurati dalle granate e ricoperti con vernice rossa a somigliare una rosa. E poi il Viale dei Cecchini, l’Holiday Inn, la Biblioteca Nazionale, la Posta, il monte Igman, il Tunel, tutte location tristemente note a coloro che nei primi anni Novanta erano già abbastanza grandi per capire e ricordare.

Cammino per le strade della città vecchia, tra i negozi e le botteghe di artigiani intenti a battere il rame, entro in Morica Han, antico caravanserraglio, e assaporo l’atmosfera calda e orientaleggiante.

Ripenso a Sarajevo e alle storie della gente conosciuta lì, troppo lunghe per essere raccontate in questa sede. Ripenso a questa città talmente ricca di cicatrici e di contraddizioni, un affascinante mosaico di culture, e ritorno a casa con in mano un tassello in più del mio puzzle balcanico.

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