Trovare la BELLEZZA in un cimitero

Lunedì tarda mattina, il tempo sembra clemente, e sulla macchina che ci porta alla destinazione prefissata si chiacchiera di molte cose … si parla di Kosovo, ma in modo leggero, si parla delle cose divertenti del Kosovo, della propria vita in Kosovo, dell’ appartamento nuovo in Kosovo … si parla … senza sapere bene cosa si sta andando a trovare.

Ma poi si arriva, e io mi affaccio per la prima volta alla realtà ancora bruciata del Kosovo, e per la prima volta mi ci addentro. Una distesa verde, qualche manciata di resti di case date alle fiamme, tre case ancora in costruzione, e sei tende. Punto. Anzi no, non punto, ma virgola, perché da quelle sei tende vedo uscire una decina di uomini. Il cuore pulsante di quelle sei tende, che senza di loro sarebbero macerie, e non segno di una volontà di rinascita.

Siamo a Dragoliez, piccolo paesino alle porte di Istok, municipalità vicino a Peja/Pec. In questa zona negli ultimi anni sono cominciati alcuni ritorni da parte serba dopo anni di lontananza. Arriviamo, e il primo ad avvicinarsi è un vecchietto, che ci sorride molto, e con il quale vorrei tantissimo poter parlare, ma l’ostacolo linguistico ci concede – forse regalandoci anche maggiore intimità – di comunicare solo a gesti, sorrisi e sguardi.

Al suo seguito arrivano alcuni altri uomini, con cui si cerca di parlare: qualcuno ha vissuto anche qualche anno in italia a lavorare in una fabbrica di carne, altri sono stati altrove, ma ciò che li accomuna tutti è il fatto di essere i cosiddetti “returnees”, ovvero coloro che decidono volontariamente di tornare per capire che ne è delle proprie case, e dei propri terreni. Quasi tutti vengono dai sobborghi di Belgrado, dove si sono rifugiati come profughi durante o dopo la guerra. Sono uomini che hanno deciso di tornare e cercare di ricostruire quello che si può, ma soprattutto sono uomini che hanno deciso di tornare per morire in quella che sentono ancora come la propria casa.

Arrivo a Dragoliez tramite un progetto OSCE che prevede la pulizia dei cimiteri serbi nei villaggi in cui cominciano ad esserci dei ritorni. La decadenza, l’abbandono e la distruzione dei luoghi di culto sono infatti uno dei motivi principali per cui le comunità serbe fuggite durante il conflitto non vogliono tornare. Anche il cuore e l’anima hanno bisogno di trovare riparo, e cercano sempre un riparo che sappia di Bellezza. E noi, accetta e badile in mano, ci si prova, a riportare un po’ di quella Bellezza originaria, che da respiro allo spirito.

Passiamo la giornata a tagliare alberi, sradicare arbusti, togliere erba, ricomporre lapidi in frantumi. Più l’erbaccia e i rovi vengono tolti, più le tombe diventano riconoscibili, più gli originali abitanti di quel paese riscoprono i loro cari. Passo mezz’ora a togliere un manto d’erba da una lapide, rimetto in piedi la croce, e penso che di Bellezza lì c’è ne è ancora poca. Vorrei fare di più, ma non ho gli strumenti adatti. Mi arrendo, convinta di non aver fatto un buon lavoro. Dieci minuti, e una mano sulla mia spalla mi consola: un signore ostenta un italiano, e mi dice “grazie. Papa, mama” indicando le tombe. Queste, sono emozioni.

Il lavoro di squadra avviene abbastanza in silenzio, solo nelle pause sigarette si chiacchiera, e in quei momenti fioriscono i primi racconti, o riaffiorano ricordi dolorosi, che anche se non comprendo perché in serbo, percepisco da qualche sporadica traduzione, o dai volti di coloro che parlano, e di quelli che ascoltano e annuiscono ammutoliti.

È quasi tempo di andare, e il vecchietto che ho incontrato per primo all’inizio, e che mi aveva mostrato la sua casa bruciata e il suo campo dove un tempo produceva raki, insiste con gli altri perché si cerchi di tagliare gli alberi fino alle tombe della sua famiglia. Di lavoro, insomma, ce n’è ancora molto da fare. Quei dieci uomini avranno, presto o tardi, una nuova casa ricostruita dalla municipalità locale, e un cimitero in cui tornare a visitare i propri cari defunti. Gente che è venuta per morire in quella che ritiene ancora la sua casa, e che non si arrende, ma insiste perché l’ultima cosa fatta nella propria vita sia uno spiraglio di ricostruzione, o di rivendicazione.

È ora di andare. Salutiamo quegli uomini, seduti tra le lapidi che siamo riusciti a pulire e in attesa di un buon bicchiere di raki con il quale brindare.

Oggi ho saputo che nei giorni successivi hanno continuato da soli, senza arrendesi, e decisi nel ridare dignità a quel luogo sacro, in cerca di una Bellezza tutta da riscoprire.

Queste, sono emozioni.

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