Balkan – Miele e Sangue: Un Anno in Equilibrio

BALKAN – MIELE e SANGUE: UN ANNO IN EQUILIBRIO

di Elena, Francesco, Maddalena e Silvia

Abbiamo cominciato a raccontarvi le nostre impressioni dieci mesi fa. Di strada ne abbiamo fatta tanta, e forse chi ci ha letto un pezzetto l’ha fatto con noi. Ora è il momento di chiudere: cosi come abbiamo inaugurato questo spazio cercando di mettere nero su bianco le nostre sensazioni di novizi a Prijedor e Peja/Pec, adesso cerchiamo di tirare le somme. Ognuno a modo proprio, con il suo stile, le sue (in)certezze. Da parte nostra, prima di lasciarvi alle nostre “riflessioni” conclusive (o forse no?), un ringraziamento grande per averci seguito, o anche solo per aver incrociato una sola volta la nostra traiettoria. É stato per noi un grande stimolo a continuare questo lavoro di riflessione e scrittura che non ha solo messo al corrente voi della nostra vita qua, ma ha aiutato anche noi stessi a soffermarci, pensare, e cercare di capire.

Silvia, da Prijedor – Uscire dal proprio giardino di certezze e vivere per un periodo più o meno lungo una realtà variegata e diversa come quella dei Balcani mi ha portato a dover fare i conti con me stessa, in un caotico e destrutturato bilancio finale. In realtà è un bilancio “preso e ripreso in mano” durante tutto l’anno, in fase di costruzione, mai definitivo. Un bilancio fatto di scoperte, di rapporti, di conoscenze nuove, di entusiasmo ma anche (e mentirei se non li citassi) di momenti difficili, di nostalgia, di spaesamento, di instabilità, di dubbio.

Partivo ad ottobre con una sensazione di eccitazione e, al contempo, di paura per quello che lasciavo a casa e per quello che avrei trovato. Posso dire con certezza che, ora, lascio un posto che ormai è diventato casa, lascio un ufficio, una pekara, un fiume, un bar, una scuola e lascio dei sorrisi che ormai sono diventati amici.

Trovo difficile se non impossibile trovare le parole per spiegare quello che è stato quest’anno per me. Mi sono messa alla prova, ho giocato con e contro me stessa, mi sono barcamenata in sfide che, probabilmente, non avrei mai affrontato in passato. Ho vissuto e mi sono divertita, pur, qualche volta, perdendo.

Voglio finire questo viaggio come l’ho iniziato, con le stesse sensazioni nel lasciare qualcosa che è “casa”. Di certo mi trovo a finirlo con il bagaglio appesantito da un po’ di consapevolezza in più, che un’esperienza, altalenante ma affascinante come questa, ha saputo regalarmi.

Elena, da Peja/Pec – 10 giorni alla partenza ma un biglietto che non riesco a prenotare: combattuta tra la data esatta e l’esatto ammontare del peso della valigia!

È appena finita un’esperienza molto importante qua, durata due settimane, quella dei campi estivi a Peja/Pec! Organizzati e promossi dall’Associazione Tavolo Trentino con il Kossovo in collaborazione con la Municipalità di Peja e la giovane associazione di animatori NPU, questi campi sono stati l’occasione per lavorare, giovani trentini e pejani, in sinergia ad un’estate alternativa all’insegna della voglia di sentirsi cittadini attivi di una democrazia senza confini, non solo italiana e non solo kosovara! È stato un successo, come ha esordito una mia compagna di avventure, sia personale che professionale, che sembra voler accompagnare naturalmente l’epilogo di questa esperienza di un anno!

Un anno di pazienza da imparare, di attenzione da esercitare, di capacità di sostare, di voglia di conoscere e di accorgersi che è una sete insaziabile, di corse contro il tempo per raggiungere un obiettivo a priori impossibile, di piccole lotte quotidiane contro la nostalgia talvolta e contro la noia tal’altra. Un anno in cui ho scoperto che il mondo è bello da scoprire con i propri occhi, ma ancora più bello quando il tuo sguardo inizia a confondersi con quello delle persone che incontri. Un anno fatto di incontri con amici e con conoscenti e con coloro che rimarranno sempre nella cerchia degli estranei, di persone che partono e di persone che ti aspettano, di avvenimenti importanti che succedono anche se sei lontana, di fraintendimenti. Un anno in cui ho imparato il valore della “giusta durezza”, della stanchezza e dell’importanza di ironizzare su entrambe. Un anno di tante nuove energie, una volta passato il fondo. L’anno di “aspetto domani prima di disperare!”. Un anno di partenze, l’anno della prima intervista in TV, della prima Conferenza stampa e della prima gaffe pubblica…Un anno chiamato opportunità, l’opportunità di diventare un domani una professionista nel lavoro più bello del mondo, quello nel mondo dei giovani!

Francesco, da Prijedor – Sono partito che sapevo poco, molto vicino al nulla. Ora mi avvicino al momento di ritornare, ricco, soprattutto di confusione. Una gran confusione. Non so più cosa pensare delle persone che ho incontrato – del loro modo di pensare e agire – e della situazione generale che si respira: il tutto, amalgamato, riesce a riempirmi di piccole gioie e ad irritarmi nello stesso istante. Ognuno e ogni posto è portatore di una sua storia e di un suo charme, di una sua verità e di un vittimismo che si alimentano a vicenda, rendendo la bellezza splendore e spensieratezza, e la tristezza vicolo cieco. Un anno in pericoloso equilibrio fra emozioni opposte, come un danzatore sulla corda, voglia di andare avanti e paura di cadere.

Ho visto una città che è cambiata nei 10 mesi che mi ha visto camminare per le sue strade, una città che ha subito una metamorfosi dall’inverno all’estate, e io con lei. Una città in continuo cambiamento nel suo aspetto esteriore. E vedo della sana rabbia repressa in una bottiglia di birra al bar sempre pieno, indignazione seduta lamentosa su anonime panchine a lato strada, malcontento urlato silenziosamente nella rassegnazione. Vedo dei giovani che vogliono fare un salto oltre il cerchio che gli è stato disegnato intorno, ma che troppo spesso, quando ci provano (o ne hanno l’opportunità) si ritirano, forse impauriti, nell’autoreferenzialità di questa città. Centro del mondo. Mi ritrovo in mezzo a tutto questo, che è molto di più e molto più intrigante di come descritto in queste poche righe, pensando che sta per finire. Pensando che questa realtà non posso far altro che lasciarla qui, ma tutti questi pensieri, gli incontri, le discussioni, i cieli grigi e i tramonti e gli arcobaleni, me li porterò dietro e saranno un piccolo tesoro.

Maddalena, da Peja/Pec – Ho iniziato il primo post di questo blog partendo dallo stupore di essere arrivata in Kosovo accompagnata da un serbo, e concludo questo ultimo post con l’amarezza delle notizie degli scontri a Mitrovica.

Tutto questo mio viaggio lungo 11 mesi e’ stato accompagnato dalle contraddizioni e dall’incapacità di poter afferrare le verità di questo paese e i caratteri delle sue persone.

La parola Balcani deriva dal Turco secondo cui bal significa miele e kan significa sangue, e per questo riprendo le parole di una cara amica scrittrice, che mi ha suggerito come “viaggiare nei Balcani” sia realmente un viaggio attraverso il sangue e il miele. Il sangue della violenza che si perpetra negli anni, e il miele della copiosa dolcezza delle persone che incontri qui.

Quando un’esperienza e’ troppo forte e quando il cambiamento in te stessa e’ stato tanto evidente, e’ inutile tentare di narrarlo con parole che lo riassumono, ma basterebbe guardare il mio viso nello specchio, per rileggerne i capitoli.

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